23 giugno 2011
Ben 67 organizzazioni, in rappresentanza di 12 Paesi del mondo arabo, lanciano oggi a livello globale una dichiarazione congiunta in cui danno voce a tutte le loro preoccupazioni sui pacchetti di aiuti finanziari sponsorizzati da Unione europea e Stati Uniti per la transizione nei Paesi della regione del Mediterraneo attraversati dalle recenti rivoluzioni popolari. Questi pacchetti, sostengono le Ong e le associazioni di base, potrebbero avere degli impatti negativi sui processi di transizione democratica e sconvolgere gli obiettivi di giustizia sociale ed economica che le stesse rivoluzioni si erano date.
“I cambiamenti democratici ricercati dalle popolazioni locali non saranno raggiunti con l’aumento degli aiuti legati a condizionalità politiche, ulteriori liberalizzazioni di commercio e investimenti, deregolamentazioni e ricette economiche molto ortodosse che hanno così tanto contribuito alle ingiustizie contro le quali si sono ribellati i popoli di Tunisia ed Egitto” ha dichiarato il direttore della Rete delle Ong arabe per lo sviluppo, Kinda Mohamadieh. “Il percorso verso lo sviluppo – ha evidenziato Mohamadieh – passa necessariamente per la volontà dei popoli di ogni singolo Paese, attraverso un processo costituzionale e un dialogo nazionale”.
È importante sottolineare come, nel documento sottoscritto dalle 67 realtà del mondo arabo, sulle istituzioni finanziarie internazionali tramite cui dovrebbe “passare” il pacchetto di aiuti ricada la responsabilità di aver promosso in maniera sistematica per anni gli ingiusti modelli economici che hanno portato all’impoverimento e alla marginalizzazione di molti Paesi nord-africano e del Medio Oriente. Per esempio, non più tardi del settembre 2010 il Fondo monetario internazionale lodava ancora “l’adeguato modello di gestione macroeconomica della Tunisia e le riforme compiute nell’ultimo decennio”, chiedendo in proposito ulteriori riforme dello stesso stampo in merito “al contenimento della spesa pubblica sui salari, il cibo e i sussidi sui combustibili”. Questi stessi modelli sarebbero incentivati, a meno che non cambi qualcosa, attraverso le condizionalità attaccate ai nuovi pacchetti di sviluppo.
Per questo, oltre alla questione delle condizionalità, vanno valutati attentamente i prestiti e l’operato nella regione delle banche multilaterali di sviluppo, va incentivata la massima trasparenza nella distribuzione dei nuovi aiuti, c’è la necessità di una revisione da parte di un organismo indipendente dei vari debiti sovrani esistenti, con l’eventuale cancellazione di debiti odiosi contratti dai dittatori ora destituiti e bisogna poi rinegoziare gli impegni economici e commerciali presi dai precedenti esecutivi.
Il network europeo Counterbalance, che conduce la campagna per la riforma della Banca europea per gli investimenti, sostiene la dichiarazione delle Ong arabe. Secondo Caterina Amicucci, dell’italiana CRBM, membro di Counterbalance, “Gli Stati occidentali tendono a confondere la transizione verso la democrazia con quella verso le liberalizzazioni che servono ai loro interessi e non necessariamente a quelli delle persone a cui dovrebbero recare un beneficio. La Banca europea per gli investimenti, tramite cui sarà veicolata la fetta più cospicua degli aiuti europei, è stata attiva nella regione per oltre 30 anni, senza dei risultati tangibili per le comunità locali. Anzi, spesso è stata criticata per la mancanza di trasparenza e per i massicci investimenti nei combustibili fossili” ha concluso la Amicucci.