Chi salverà le banche europee?

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[di Antonio Tricarico]

In attesa che Francia e Germania svelino i dettagli del loro nuovo piano per risolvere la crisi oramai strutturale dell’area euro – piano che sarà discusso al prossimo consiglio europeo del 23 ottobre – come ormai tradizione il vertice dei ministri delle finanze dei Paesi del G20 si è risolto con un nulla di fatto. I 20 si sono limitati a ribadire impegni già presi e a sottoscrivere studi prodotti dalle istituzioni internazionali.

Rispetto al vertice dell’aprile scorso a Parigi, l’attenzione si è spostata dalla risoluzione degli annosi squilibri macroeconomico globali e dalla regolamentazione dei mercati finanziari, al come evitare che la crisi euro – del debito sovrano, ma soprattutto bancaria – contagi l’intera economia globale.

Dietro le quinte la partita è sempre più ampia e proprio dal modo con cui si vorrà porre mano alla crisi in Europa potrebbero nascere nuovi assetti ed equilibri mondiali. Cina e Brasile hanno reso noto che sono pronti a intervenire. Per farlo vedono il Fondo monetario internazionale come una sede più consona per incanalare le loro risorse, che poi potrebbero contribuire al salvataggio di banche e governi in Europa. L’idea è quella di armare un “bazooka” del Fondo pronto a “funzionare” anche con le riserve dei Paesi emergenti. Di contro questi ultimi chiederebbero ancora più voce e potere nell’istituzione di Washington, nonché condizioni su come dovrebbe verificarsi l’aggiustamento in Europa – una nemesi storica rispetto a quello che l’Fmi ha fatto al Sud del mondo per tre decenni! La partita si intreccia con questioni commerciali e di investimenti. In maniera indiretta, gli aiuti del Fondo con i soldi degli emergenti potrebbero finire in asset pubblici dei Paesi europei, cosicché il capitale cinese aggirerebbe il protezionismo di alcuni governi occidentali.

Gli Stati Uniti aprono a questa possibilità, ma resta da capire come risponderà l’asse franco-tedesco. A Berlino c’è voglia di continuare a perseguire la logica di un’Europa che ce la deve fare da sola ad ogni costo. Il nuovo meccanismo europeo di stabilizzazione andrebbe utilizzato solo in ultima istanza, dopo che sui mercati le banche si saranno ricapitalizzate e se serve anche con l’aiuto dei governi. Insomma sembra difficile che a breve ci si accordi su un’iniezione di almeno 2mila miliardi di euro nel fondo europeo per armare il “bazooka” regionale in grado di salvare Spagna e Italia.

Ma il vulnus rimane nel sistema bancario europeo e quanto questo debba pagare per averci portato a questo punto. Goldman Sachs prevede che circa la metà dei nuovi stress test delle banche falliranno e serviranno quindi nuovi capitali per renderle sicure. Ma oggi, senza poter ottenere nulla in cambio, chi inietterebbe denaro in questi mega conglomerati fuori controllo? La vera partita è se nel lungo termine pezzi degli istituti bancari dovranno passare ai governi dei Paesi emergenti o in altre mani, o se gli esecutivi europei capiranno che una vera nazionalizzazione  – e non “di mercato” come quella effettuata con i salvataggi del 2008-2009 – di alcuni di questi colossi gioverebbe a loro per primi se condotta per uscire dalla crisi. Ma questo vorrebbe dire decretare la fine del liberismo nei mercati di capitale, quello che nessuno oggi nelle cancellerie europee vuole fare, vuoi perché l’ideologia tarda a morire o per semplice incapacità di fronteggiare le lobby finanziarie.

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