Wall Street n. 60

Museum of American Finance

Museum of American Finance

[di Giulia Franchi]
15 dicembre 2011 – Basta camminare lungo Wall street tenendo la New York Stock Exchange con i brokers in cravatta rosa in pausa sigaretta a destra, superare l’American Museum of Finance, poco prima della sede della Deutsche Bank, e al numero 60 si apre un grande atrio definito “privately owned public space”, una di quelle strane formule che funziona  solo in America.

Aggirandosi per i tavolini davanti ai bar, ci si accorge che le persone sedute non sono avventori in pausa da shopping prenatalizio. Sono gli occupanti in riunione nei diversi gruppi di lavoro. Niente cartelli né megafoni né altro che faccia pensare a un presidio Occupy Wall Street (OWS), ma decine di persone divise in gruppetti che discutono, dal gruppo di direct action, a quello di comunicazione, al gruppo donne, al gruppo homeless…

Ci avviciniamo ad ascoltare la discussione del direct actions. Ed ecco la concretizzazione della metodologia del consenso in piena applicazione davanti ai nostri occhi. Venticinque persone che in meno di due ore riescono ad affrontare i sette (SETTE!!!) punti in agenda passando dalla descrizione dell’argomento da discutere con relativa proposta da sottoporre al gruppo, al giro di domande di chiarimento, al momento di espressione di dubbi e perplessità, al momento di “proposta amichevole di correzioni”. Il tutto in sette minuti massimo, con una efficienza e concretezza difficilmente rintracciabili altrove.

Ascoltando le persone, diverse per età, sesso, appartenenza etnica, background politico, ci si accorge sempre più chiaramente che OWS non è tanto un movimento, quanto un contenitore che sta avendo il merito di amplificare le diverse istanze e vertenze già presenti nella società americana, che non avevano fino ad oggi la possibilità di essere socializzate, condivise e di raccogliere ulteriori consensi e sostegno. OWS è un veicolo che permette di fare da cassa di risonanza a voci preesistenti ma latenti, che dà spazio di partecipazione a chi è indignato, a chi è stanco, a chi è deluso, a chi da tempo auspica un cambiamento, ma solo ora si rende conto di poterlo realizzare uscendo dall’isolamento. Lo spazio sembra davvero aperto, anche a chi non ha voglia di sentirsi chiamare indignato, perché non si identifica negli hippies spagnoli, o ha paura di essere arrestato e quindi cerca una modalità diversa di partecipazione.

L’aria che si respira durante le discussioni è distesa e inclusiva e la pazienza dei moderatori dei gruppi di lavoro nei confronti di chi è meno avvezzo all’applicazione del metodo del consenso è emblematica, permettendo a tutti di entrare nel sistema di comunicazione, di cui per la prima volta cogliamo la reale efficacia, al di là del folklore che evoca.

Se già questo minigruppo di lavoro ci colpisce per l’efficienza, motivazione, concretezza e partecipazione, notevole è stata la nostra sorpresa quando, così quasi per caso, abbiamo deciso di andare a vedere che succedeva alle nove di sera a Unity Hall, sulla 23esima strada. Il sito www.nycga.net, che ci guida giornalmente nella nostra esplorazione, ci diceva che ci sarebbe dovuto essere un workshop organizzato dall’Applied Research Institute sulla “giustizia razziale” all’interno del movimento.

Seguiamo un foglio di carta scritto a mano “Meeting OWS 2nd floor”, saliamo le scale, apriamo la porta e lo spettacolo ci lascia basiti. Più di 350 persone sono sedute per terra o sulle sedie (i più anziani), mangiucchiando cous cous e cioccolatini e ascoltando la moderatrice del gruppo, che invita a dividersi in sottogruppi di 4 persone (QUATTRO), per discutere in quindici minuti (QUINDICI) gli elementi di inclusività ed esclusività del movimento. E quando la moderatrice ha bisogno di comunicare qualcosa ai diversi gruppi, si materializza il principio del microfono umano…trecentocinquanta persone che ripetono parola per parola quel che dice la moderatrice per far passare il messaggio a chi è seduto lontano.

Il messaggio che porto a casa stasera è che l’autocritica ed autovalutazione  del movimento è sana, necessaria, forse indispensabile.  Ma non va data affatto per scontata, e questo noi, in Italia, lo sappiamo bene.

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