Diario dall’assemblea degli azionisti dell’ENI

Il palazzo dell'Eni nel quartiere Eur di Roma, dove si è tenuta l'Assemblea degli azionisti

Il palazzo dell'Eni nel quartiere Eur di Roma, dove si è tenuta l'Assemblea degli azionisti

[di Elena Gerebizza]
Partecipare all’assemblea degli azionisti Eni è stato un viaggio surreale nelle dinamiche politiche di un Paese in crisi. In crisi è l’Italia, il cui esecutivo è l’azionista principale dell’Eni, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti e il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Dalla privatizzazione dell’azienda in poi, iniziata nel 1995, il governo ha continuato a nominare l’amministratore delegato dell’Eni, ad oggi Paolo Scaroni, e a controllare il 30 per cento della compagnia.

Nella stessa veste, il nostro esecutivo dovrebbe occuparsi di garantire la coerenza tra gli impegni presi negli ambiti più svariati (incluso il rispetto dei diritti umani, dell’ambiente, della lotta alla povertà nei Paesi poveri) e l’operato di un’azienda di cui è l’azionista di maggior peso. E’ stato curioso vedere il rappresentante del governo congratularsi con Godwin Ojo mentre stava in coda per il caffè, e dirgli “Complimenti. Bravo. Bell’intervento” a titolo rigorosamente personale. Perché quella della Nigeria, delle violazioni della legge di cui è stata accusata l’Eni dal direttore di Environmental Rights Action, “è una questione politica”, su cui sembra solo il ministro in persona si possa esprimere. Il gas flaring è vietato da una legge nigeriana dal lontano 1979 ed è stato poi riconosciuto come una violazione del diritto alla vita dall’Alta Corte di Benin City. Eppure Eni e le altre multinazionali che operano nel paese continuano a praticarlo.

Ma mentre il dottor Ojo ricordava agli azionisti che i profitti di Eni non derivano dall’armonia con le comunità locali (come aveva detto Scaroni) ma dalle violazioni dei diritti umani (come appunto il gas flaring) denunciate dalle comunità locali in Nigeria, l’attenzione in sala era rivolta a un unico tema centrale: la ripartizione degli utili e la capacità di Eni di conquistare nuove quote di mercato. Quindi è stato discusso l’aumento di stipendio del 30 per cento del management, ma solo per garantire che venisse ripartito anche tra le quote degli azionisti. Sul bonus da un milione di euro allo stesso Scaroni (il quale guadagna 4 milioni di euro l’anno, ndr) sono stati chiesti dei chiarimenti solo dalla Fondazione Culturale Responsabilità Etica, che si è trovata di fronte i consiglieri di Eni stretti a cerchio attorno al management, elogiato per il proprio operato “in un mercato difficile e in un momento difficile”, riconoscendone la capacità di ottenere dei risultati, e quindi meritevole degli stipendi milionari e dei bonus decisi in maniera arbitraria. “Dobbiamo tenerceli stretti” ha detto il signor Resca a nome dei consiglieri.

Ma per capire quali erano davvero i poteri forti in sala, sono bastati due interventi chiave. Quello di Eric Knight, amministratore del Fondo Knight, che ha parlato (fuori tema, nella sessione dedicata alle quote rosa nel management Eni, ma nessuno lo ha fermato) a nome degli azionisti titolari di 7 milioni di azioni che rappresenta il suo fondo con un intervento indirizzato al governo italiano. La sua richiesta è stata secca: occorre procedere rapidamente con lo scorporo di Snam, perchè questa operazione è la più importante tra le manovre promesse da Monti e in questa situazione di paura tra gli investitori la fiducia (al governo, ndr) è “fragile”. La voce dei mercati finanziari in sala si è vista rassicurare da Paolo Scaroni in persona, che ha confermato che si procederà con la dismissione di Snam “per essere più forti e non più deboli”, e per guadagnare credibilità sui mercati finanziari. E poi rivolto a tutti gli azionisti in sala, inclusi quelli che hanno contestato il suo bonus, ha ricordato che Eni ha un piano investimenti di 60 miliardi per i prossimi quattro anni, di cui 8 miliardi verranno realizzati in Italia. “Quale altra azienda lo farà?”.

Mercati e profitti quindi, investimenti nel non convenzionale, nuovi investimenti in Nigeria e in altri Paesi africani. Ma dei diritti delle persone, dell’economia italiana, della crisi e della recessione, della sostenibilità ambientale in Italia e nel mondo (dove Eni è più che presente) non si è parlato. Eni aiuta davvero il paese, nel contesto della crisi? E’ giusto aspettarselo, vista la quota di partecipazione pubblica, o forse no? Guidano i mercati, guida il governo, o guida su tutti la ricerca del profitto? 

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