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per la riforma della banca mondiale
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 – numero 14 – settembre 2002

bimestrale di informazione –   in attesa reg. Trib.Civ. Roma

 

Ifi

dECOder

Ambiente, sviluppo, istituzioni finanziarie internazionali

 

in questo numero

·         Editoriale: la valutazione dei risultati del Summit sullo Sviluppo Sostenibile di Johannesburg

·         Il G8 di Kananaskis in Canada: vaghe promesse, scarsi impegni concreti, praticamente un fallimento

·         La mobilitazione internazionale per i diritti degli adivasi della valle di Maan, impattati da una delle dighe del megacomplesso del Narmada

·         Banca mondiale – Le critiche dell´inspection Panel ed i sospetti di corruzione si abbattono sulla diga di Bujagali in Uganda

·         Banca mondiale – L´Inspection Panel critica pesantemente il progetto di prospezione petrolifera Ciad-Camerun

·         Banca mondiale – La prima sentenza sui casi di corruzione legati al progetto Lesotho Highlands Water Project 

 

 

·         Banca mondiale – Le critiche della Campagna alla bozza della nuova Forest Policy

·         Banca mondiale – le ultime notizie sulla Extractive Industries Review

·         Banca mondiale/ECAs – La compatta mobilitazione delle Ong internazionali contro la costruzione dell´oloedotto Baku Ceyahn

·         ECAs – continua l´impegno della Campagna contro il finanziamento SACE per la costruzione del reattore nucleare a Cernavoda, Romania

·         ECAs – Camisea, Perù, il progetto di un nuovo, devastante, gasdotto che potrebbe vedere il coinvolgimento SACE  

·         La Campagna contro l´OCP: gli ultimi aggiornamenti

 

 

EDITORIALE: LA VALUTAZIONE DEI RISULTATI DEL SUMMIT SULLO SVILUPPO SOSTENIBILE DI JOHANNESBURG

E´ difficile non definire il summit un fallimento. Il vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, che si è svolto a Johannesburg dal 26 agosto al 4 settembre, avrebbe dovuto definire un piano di azione concreto con obiettivi quantificati da raggiungere entro tempi precisi per attuare l´agenda 21, definita dieci anni fa a Rio, e far fronte alle emergenze ambientali del pianeta che ormai iniziano ad insidiare anche i paesi ricchi. Se escludiamo l´estensione dell´obiettivo del millennio per la riduzione del numero delle persone senza accesso all´acqua anche ai servizi igienici, un accordo per la protezione delle risorse ittiche ed un richiamo alla responsabilità ed il controllo delle multinazionali sulla base di accordi intergovernativi, ogni altro passaggio del piano di ‘non-azione’ di Johannesburg risulta vago e poco efficace ed a stento si sono riconfermati gli impegni presi dieci anni prima al vertice di Rio. La proposta europea e di diversi paesi del sud del mondo di avere un target globale per la promozione delle energie rinnovabili entro il 2010 e´ stata miseramente sconfitta dagli interessi degli Usa e dai produttori di petrolio dell´Opec, deludendo le aspettative della società civile. Di contro l´azione europea ha incassato il sė della Russia, del Canada e della Cina al Protocollo di Kyoto, sancendo definitivamente la sconfitta americana sul negoziato sul clima. La resistenza dell´Unione Europea e la lobby delle Ong hanno frenato anche l´attacco americano ai principi fondanti di Rio, quale quello di precauzione e quello della responsabilità comune e differenziata. L´intransigenza americana è stata sbeffeggiata l´ultimo giorno con i fischi di Ong e delegati al discorso di Colin Powell, ma in realtà un accordo all´inizio del vertice tra Usa e Ue, ai danni degli interessi dei paesi del sud del mondo, ha aperto la strada per la conferma degli accordi sul commercio e sulla finanza definiti rispettivamente a Doha e Monterrey nei mesi precedenti. Di fronte alla richiesta dei paesi poveri di maggiori aiuti allo sviluppo, Usa e Ue hanno risposto promuovendo partnership pubblico-privato volontarie, che non riusciranno mai a sopperire alla necessità di avere una maggiore e più equa cooperazione internazionale. Le questioni della diminuzione dei sussidi protezionistici a favore dei prodotti del nord e del legame tra le regole dell´ambiente e quelle del commercio saranno chiarite soltanto nel settembre 2003 a Cancun dalla Wto. E´ lė che si svolgerà la sfida finale della globalizzazione. Allora sarà necessario che movimenti sociali e Ong arrivino più compatti di quanto lo erano a Johannesburg per riuscire ad influenzare l´esito dell´incontro ministeriale della Wto.

Un´ultima nota a margine che ci riguarda. Fino all´inizio del vertice CRBM, sottoscrivendo l´appello dell´Ong del Sud del mondo Third World Network ha lanciato, con un buon successo, un´action alert che consisteva nell´inviare una lettera al Ministro dell´Ambiente Matteoli per sensibilizzarlo sulle richieste di TWN, condivise da centinaia di Ong di tutto il mondo. La partita aperta e la sfida finale sarà a Cancun, quando l´Unione Europea si presenterà sotto la presidenza italiana.

Sul web: i siti per leggere le informazioni ed i documenti finali sul Summit Rio+10 www.johannesburgsummit.org   - www.earthsummit2002.org/  

IL G8 DI KANANASKIS IN CANADA: VAGHE PROMESSE, SCARSI IMPEGNI CONCRETI, PRATICAMENTE UN FALLIMENTO

Questa volta la pochezza dei risultati del meeting del G8 non si è potuta nascondere dietro la scusa di comodo degli incidenti tra le forze dell´ordine e manifestanti anti-globalizzazione. Isolati in uno splendido quanto remoto albergo tra le meravigliose montagne della regione dell´Alberta, i leader dei paesi più industrializzati, insieme alla Russia che però da quest´anno entra a far parte anche formalmente del ‘gruppo’, non hanno saputo far altro che produrre un mediocre documento finale, infarcito di vaghe promesse e buoni propositi.

Il tema centrale del summit, ormai ridotto a soli due giorni, doveva essere l´Africa, come dimostrato anche dalla presenza dei capi di stato di Sudafrica, Algeria, Senegal e Nigeria, che per l´occasione hanno anche presentato la NEPAD, ovvero un programma di partnership con il settore privato da implementare nei paesi economicamente più evoluti del continente africano, già ampiamente criticato dalle organizzazioni della società civile africane in quanto pericolosamente sbilanciato verso gli interessi privati, dimenticando i veri bisogni.

Sebbene i leader del G8 abbiano ormai riconosciuto che il problema centrale dei paesi africani è il loro debito estero insostenibile e che il quadro HIPC per la cancellazione del debito non è sufficiente per riportare questi paesi ad un ‘circolo virtuoso’, la soluzione intermedia trovata a Kananaskis, come tre anni fa a Colonia, essendo di breve durata, non può che lasciare insoddisfatti, poiché aggiunge soltanto qualche milione di dollari all´HIPC, per mitigare la recente enorme discesa dei prezzi delle materie prime, unica ricchezza dei paesi più.

Nei giorni precedenti al meeting di Kananaskis la Campagna, insieme ad altre Ong dei paesi del G7, ha scritto una lettera aperta agli Ministri delle Finanze, che si sono riuniti a Halifax nel Canada, per rammentargli che le loro promesse fatte nel G7 di sette anni fa, tenutosi proprio ad Halifax, non sono state mantenute. Come risultato sono continuate a peggiorare la crisi globali, e sono aumentate la povertà, la disuguaglianza e la devastazione ambientale. La cancellazione del debito, la fine degli aggiustamenti strutturali e l´integrazione di giusti approcci ambientalmente sostenibili per lo sviluppo sono imperativi per affrontare questa crisi. Gli attuali ritardi su delle serie riforme delle Istituzioni di Bretton Woods sono stati giudicati scandalosi, alla luce soprattutto delle dichiarazioni del G7 che promettevano a più riprese aiuti per i poveri e per l´ambiente.

Per approfondimenti: www.g8.gc.ca www.g7.utoronto.ca

LA MOBILITAZIONE INTERNAZIONALE PER I DIRITTI DEGLI ADIVASI DELLA VALLE DI MAAN, IMPATTATI DA UNA DELLE DIGHE DEL MEGACOMPLESSO DEL NARMADA 

Nella valle di Maan, in India, sorge una delle trenta mega dighe del complesso del Narmada. Negli ultimi mesi è stata fortissima la mobilitazione internazionale di Ong, associazioni, parlamentari e singoli cittadini per richiedere alle autorità competenti che venissero tutelati i diritti dei tribali di Maan, più di 1200 famiglie, a cui le terre promesse per il reinsediamento non sono state consegnate. Come forma estrema di protesta non violenta quattro attivisti del Narmada Bachao Andolan, che da anni si batte contro le dighe sul fiume Narmada, hanno portato avanti uno sciopero della fame, durato quasi 30 giorni. L´astinenza dal cibo degli attivisti è cessata solo con la promessa delle autorità del Madhya Pradesh, lo stato dove si trova la valle di Maan, di fare tutto il possibile per garantire i terreni alle famiglie tribali. A queste ultime, infatti, spettano di diritto delle nuove terre dove andare a vivere, in base alle decisioni delle autorità indiane preposte.    Purtroppo negli ultimi anni praticamente nulla era stato fatto per ovviare al problema del reinsediamento, sebbene i lavori per la costruzione della diga procedessero spediti. A giugno, in concomitanza con l´inizio dei monsoni, era iniziata una serie di soprusi nei confronti dei tribali – atti intimidatori, taglio di alberi, della rete elettrica e di quella idrica, distruzione di scuole – da parte delle autorità e delle forze dell´ordine locali. Sebbene a causa dei monsoni gli abitanti di Maan fossero a rischio di essere allagati da un momento all´altro, a seguito del quasi completamento dei lavori della diga, era stata presa la decisione di non abbandonare le fertili terre abitate da secoli, in attesa del riconoscimento dei propri diritti. Anche la Campagna si è mobilitata per questa giusta causa con un action alert sul proprio sito e prendendo direttamente contatto con le autorità del Madhya Pradesh e con la responsabile del principale partito indiano, Sonia Gandhi. Vista la delicatezza della questione rimarrà forte l´attenzione nei prossimi mesi per controllare che siano mantenute le promesse fatte agli abitanti della valle di Maan.

Per saperne di più: www.narmada.org   www.irn.org  

BANCA MONDIALE – LE CRITICHE DELL´INSPECTION PANEL ED I SOSPETTI DI CORRUZIONE SI ABBATTONO SULLA DIGA DI BUJAGALI IN UGANDA

Il progetto della diga di Bujagali in Uganda, a ridosso delle fonti del Nilo Bianco, continua la sua tormentata storia, fatta di azzardati prestiti della Banca mondiale, grossi interessi economici di società a rischio, possibili casi di corruzione, di forte contestazione della società civile e, soprattutto, di dubbi sulla sua reale efficacia. Come tutte le grandi dighe, infatti, quella di Bujagali avrebbe degli impatti socio-ambientali devastanti, basti pensare alla vicinanza con le fonti del Nilo, oltre a comportare dei rischi economici elevatissimi, soprattutto legati al rischioso Accordo per l´Acquisto dell´Energia che potrebbe rovinare la già precaria situazione dell´Uganda.

Altro pericolo è costituito dall´eventuale insostenibile aumento dei costi delle tariffe, che potrebbe essere provocato dalla svalutazione, molto probabile, della moneta locale rispetto al dollaro.

Queste stesse preoccupazioni sono state confermate dal rapporto dell´Inspection Panel, l´organo investigativo della Banca mondiale, chiamato a pronunciarsi ad inizio estate. Il Consiglio dei Direttori della Banca, sebbene scosso dal rapporto, sembrava intenzionato a porre dei deboli correttivi e a proseguire per la sua strada, ovvero un ulteriore sostegno finanziario al progetto tramite la MIGA, il braccio assicurativo della Banca. Improvvisamente, invece, si è bloccato tutto. La nuova decisione sul progetto è rinviata sine die, ma rimane indispensabile. Dopo l´approvazione del primo prestito per Bujagali lo scorso dicembre, infatti, il ritiro di alcune agenzie di credito all´export aveva creato non pochi problemi. Per questa ragione l´AES, la società leader del consorzio della diga ed il più grosso produttore indipendente di energia elettrica di tutti gli USA, aveva chiesto la garanzia alla MIGA.

Come mai il più grosso progetto infrastrutturale nel settore energetico finanziato da privati in Africa negli ultimi anni, per un investimento complessivo di oltre 550 milioni di dollari, si trova improvvisamente in una fase di stallo?

La risposta è semplice: si sta abbattendo sul progetto il ciclone corruzione.

Già nel 1999 l´Uganda Confidential, il principale quotidiano locale, aveva scritto che l´AES aveva corrotto il ministro dell´Energia dell´epoca, Richard Kaijuka, per far sė che la diga di Bujagali ricevesse il semaforo verde. E´ quanto meno singolare che lo stesso ex ministro sia ora un vice direttore esecutivo in Banca mondiale, e che abbia votato l´approvazione della diga. L´aggiudicazione del progetto, poi, è avvenuta in maniera anomala, senza una vera e propria gara internazionale e con l´esistenza di un piano alternativo molto più vantaggioso (quello della norvegese Norpak).

L´inchiesta della BM sulla questione corruzione non ha portato ad elementi rilevanti, sebbene il presidente Wolfensohn abbia affermato che, qualora csi fossero delle prove, l´esborso del prestito sarebbe stato sospeso.

Intanto la AES, negli ultimi giorni di giugno, ha informato la BM di avere le prove che uno dei principali contraenti del consorzio, la norvegese Veidekke ASA di Oslo, tramite una filiale inglese, la Noricel Ltd aveva, nel 1999, consegnato la somma di 10.000 dollari ad un funzionario del governo ugandese. All´epoca la Veidekke non faceva ancora parte del consorzio con l´AES, proponendo un progetto alternativo a quello di Bujagali.

L´ex ministro Kaijuka ha negato risolutamente di poter essere il funzionario oggetto del caso di corruzione.

La AES chiede, come riporta anche un articolo del Wall Street Journal, che si risolva questo problema prima di andare avanti con il progetto.

La sensazione è che scavando si troverà ben altro che una tangente di 10.000 dollari e che la AES stia gettando fumo negli occhi per coprire le proprie responsabilità e problemi interni, quali la svalutazione del suo titolo in borsa da 70 dollari a meno di 5. La verità su Bujagali potrebbe rivelarsi un boomerang sulla Banca mondiale che potrebbe perdere ancora una volta la sua credibilità per una grande diga.   

Sul web: www.worldbank.org   Le pagine delle principali Ong internazionali che seguono il progetto: CIELhttp://www.ciel.org/Ifi/ifccaseuganda.html  

IRN -  http://irn.org/programs/bujagali/

Save Bujagali -  www.uganda.co.ug/bujagali  

Il sito del progetto www.bujagali.com

BANCA MONDIALE – L´INSPECTION PANEL CRITICA PESANTEMENTE IL PROGETTO DI PROSPEZIONE PETROLIFERA CIAD-CAMERUN

Il mega progetto di prospezione petrolifera in Ciad-Camerun, che prevede costi totali per 4 miliardi di dollari ed è finanziato, tra gli altri, anche dalla Banca mondiale, danneggerebbe seriamente l´ambiente e non distribuirebbe alle popolazioni locali un´equa porzione dei profitti che ne deriverebbero. A sostenerlo è l´Inspection Panel, l´organo investigativo della stessa Banca mondiale.

Il progetto "Chad-Cameroon Oil and Pipeline" sta comportando l'apertura di 300 pozzi petroliferi nel Ciad meridionale e la costruzione di un oleodotto di 1.100 km che arriverà al mare in Camerun attraversando la foresta tropicale e le zone dove abitano popolazioni indigene Pigmee Bakola. Per anni le Ong internazionali, tra cui la Campagna, si sono battute per denunciare l´irragionevolezza del progetto, evidenziando anche la precaria situazione sui diritti umani presente in alcune regioni del Ciad, a causa della guerra civile in atto. Nonostante ciò il progetto, fortemente voluto dal presidente della Banca mondiale Wolfensohn, ricevette l´approvazione della dirigenza della Banca nel giugno 2000, con l´unica astensione da parte del direttore italiano Passacantando, anch´egli molto critico sulla reale fattibilità dell´opera.

L´Inspection Panel ha evidenziato come gli impatti ambientali cumulativi dell´oleodotto non siano stati considerati dalla Banca, cosa che viene definita una ‘seria omissione’. Inoltre l´IP esprime la sua ‘grande preoccupazione’ che solo il 5% dei profitti derivanti dal progetto vadano a beneficiare le popolazioni locali, tra le più povere al mondo, cui invece erano state fatte ben altre promesse di sviluppo.

Sul caso Ciad-Camerun i direttori esecutivi della Banca prenderanno una decisione nel mese di settembre.

Su Internet: www.worldbank.org www.ciel.org

www.environmentaldefense.org www.ran.org

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