|
Inizio
> IFI Decoder
Clicca qui per scaricare il file word di IFI DECODER
Ifi
dECOder Ambiente,
sviluppo, istituzioni finanziarie internazionali
EDITORIALE:
LA VALUTAZIONE DEI RISULTATI DEL SUMMIT SULLO
SVILUPPO SOSTENIBILE DI JOHANNESBURG E´
difficile non definire il summit un fallimento. Il vertice mondiale sullo
sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, che si è svolto a Johannesburg dal 26
agosto al 4 settembre, avrebbe dovuto definire un piano di azione concreto con
obiettivi quantificati da raggiungere entro tempi precisi per attuare l´agenda
21, definita dieci anni fa a Rio, e far fronte alle emergenze ambientali del
pianeta che ormai iniziano ad insidiare anche i paesi ricchi. Se escludiamo
l´estensione dell´obiettivo del millennio per la riduzione del numero delle
persone senza accesso all´acqua anche ai servizi igienici, un accordo per la
protezione delle risorse ittiche ed un richiamo alla responsabilità ed il
controllo delle multinazionali sulla base di accordi intergovernativi, ogni
altro passaggio del piano di ‘non-azione’ di Johannesburg risulta vago e
poco efficace ed a stento si sono riconfermati gli impegni presi dieci anni
prima al vertice di Rio. La proposta europea e di diversi paesi del sud del
mondo di avere un target globale per la promozione delle energie rinnovabili
entro il 2010 e´ stata miseramente sconfitta dagli interessi degli Usa e dai
produttori di petrolio dell´Opec, deludendo le aspettative della società
civile. Di contro l´azione europea ha incassato il sė della Russia, del
Canada e della Cina al Protocollo di Kyoto, sancendo definitivamente la
sconfitta americana sul negoziato sul clima. La resistenza dell´Unione Europea
e la lobby delle Ong hanno frenato anche l´attacco americano ai principi
fondanti di Rio, quale quello di precauzione e quello della responsabilità
comune e differenziata. L´intransigenza americana è stata sbeffeggiata
l´ultimo giorno con i fischi di Ong e delegati al discorso di Colin Powell, ma
in realtà un accordo all´inizio del vertice tra Usa e Ue, ai danni degli
interessi dei paesi del sud del mondo, ha aperto la strada per la conferma degli
accordi sul commercio e sulla finanza definiti rispettivamente a Doha e
Monterrey nei mesi precedenti. Di fronte alla richiesta dei paesi poveri di
maggiori aiuti allo sviluppo, Usa e Ue hanno risposto promuovendo partnership
pubblico-privato volontarie, che non riusciranno mai a sopperire alla necessità
di avere una maggiore e più equa cooperazione internazionale. Le questioni
della diminuzione dei sussidi protezionistici a favore dei prodotti del nord e
del legame tra le regole dell´ambiente e quelle del commercio saranno chiarite
soltanto nel settembre 2003 a Cancun dalla Wto. E´ lė che si svolgerà la
sfida finale della globalizzazione. Allora sarà necessario che movimenti
sociali e Ong arrivino più compatti di quanto lo erano a Johannesburg per
riuscire ad influenzare l´esito dell´incontro ministeriale della Wto. Un´ultima
nota a margine che ci riguarda. Fino all´inizio del vertice CRBM,
sottoscrivendo l´appello dell´Ong del Sud del mondo Third World Network ha
lanciato, con un buon successo, un´action alert che consisteva nell´inviare
una lettera al Ministro dell´Ambiente Matteoli per sensibilizzarlo sulle
richieste di TWN, condivise da centinaia di Ong di tutto il mondo. La
partita aperta e la sfida finale sarà a Cancun,
quando l´Unione Europea si presenterà sotto la presidenza italiana. Sul web: i siti per leggere le informazioni ed i documenti finali sul Summit Rio+10 www.johannesburgsummit.org - www.earthsummit2002.org/ IL
G8 DI KANANASKIS IN CANADA: VAGHE PROMESSE, SCARSI IMPEGNI CONCRETI,
PRATICAMENTE UN FALLIMENTO Questa
volta la pochezza dei risultati del meeting del G8 non si è potuta nascondere
dietro la scusa di comodo degli incidenti tra le forze dell´ordine e
manifestanti anti-globalizzazione. Isolati in uno splendido quanto remoto
albergo tra le meravigliose montagne della regione dell´Alberta, i leader dei
paesi più industrializzati, insieme alla Russia che però da quest´anno entra
a far parte anche formalmente del ‘gruppo’, non hanno saputo far altro che
produrre un mediocre documento finale, infarcito di vaghe promesse e buoni
propositi. Il
tema centrale del summit, ormai ridotto a soli due giorni, doveva essere
l´Africa, come dimostrato anche dalla presenza dei capi di stato di Sudafrica,
Algeria, Senegal e Nigeria, che per l´occasione hanno anche presentato la
NEPAD, ovvero un programma di partnership con il settore privato da implementare
nei paesi economicamente più evoluti del continente africano, già ampiamente
criticato dalle organizzazioni della società civile africane in quanto
pericolosamente sbilanciato verso gli
interessi privati,
dimenticando
i veri bisogni. Sebbene
i leader del G8 abbiano ormai riconosciuto che il problema centrale dei paesi
africani è il loro debito estero insostenibile e che il quadro HIPC per la
cancellazione del debito non è sufficiente per riportare questi paesi ad un
‘circolo virtuoso’, la soluzione intermedia trovata a Kananaskis,
come tre anni fa a Colonia, essendo di breve durata, non può che lasciare
insoddisfatti,
poiché Nei
giorni precedenti al meeting di Kananaskis la Campagna, insieme ad altre Ong dei
paesi del G7, ha scritto una lettera aperta agli Ministri delle Finanze, che si
sono riuniti a Halifax nel Canada, per rammentargli che le loro promesse fatte
nel G7 di sette anni fa, tenutosi proprio ad Halifax, non sono state mantenute.
Come risultato sono continuate a peggiorare la crisi globali, e sono aumentate
la povertà, la disuguaglianza e la devastazione ambientale. La cancellazione
del debito, la fine degli aggiustamenti strutturali e l´integrazione di giusti
approcci ambientalmente sostenibili per lo sviluppo sono imperativi per
affrontare questa crisi. Gli attuali ritardi su delle serie riforme delle
Istituzioni di Bretton Woods sono stati giudicati scandalosi, alla luce
soprattutto delle dichiarazioni del G7 che promettevano a più riprese aiuti per
i poveri e per l´ambiente. LA
MOBILITAZIONE INTERNAZIONALE PER I DIRITTI DEGLI ADIVASI DELLA VALLE DI MAAN,
IMPATTATI DA UNA DELLE DIGHE DEL MEGACOMPLESSO DEL NARMADA
Nella valle di Maan, in India,
sorge una delle trenta mega dighe del complesso del Narmada. Negli ultimi mesi
è stata fortissima la mobilitazione internazionale di Ong, associazioni,
parlamentari e singoli cittadini per richiedere alle autorità competenti che
venissero tutelati i diritti dei tribali di Maan, più di 1200 famiglie, a cui
le terre promesse per il reinsediamento non sono state consegnate. Come forma
estrema di protesta non violenta quattro attivisti del Narmada Bachao Andolan,
che da anni si batte contro le dighe sul fiume Narmada, hanno portato avanti uno
sciopero della fame, durato quasi 30 giorni. L´astinenza dal cibo degli
attivisti è cessata solo con la promessa delle autorità del Madhya Pradesh, lo
stato dove si trova la valle di Maan, di fare tutto il possibile per garantire i
terreni alle famiglie tribali. A queste ultime, infatti, spettano di diritto
delle nuove terre dove andare a vivere, in base alle decisioni delle autorità
indiane preposte. Purtroppo negli ultimi anni praticamente nulla
era stato fatto per ovviare al problema del reinsediamento, sebbene i lavori per
la costruzione della diga procedessero spediti. A giugno, in concomitanza con
l´inizio dei monsoni, era iniziata una serie di soprusi nei confronti dei
tribali atti intimidatori, taglio di alberi, della rete elettrica e di
quella idrica, distruzione di scuole da parte delle autorità e delle forze
dell´ordine locali. Sebbene a causa dei monsoni gli abitanti di Maan fossero a
rischio di essere allagati da un momento all´altro, a seguito del quasi
completamento dei lavori della diga, era stata presa la decisione di non
abbandonare le fertili terre abitate da secoli, in attesa del riconoscimento dei
propri diritti. Anche la Campagna si è mobilitata per questa giusta causa con
un action alert sul proprio sito e prendendo direttamente contatto con le
autorità del Madhya Pradesh e con la responsabile del principale partito
indiano, Sonia Gandhi. Vista la delicatezza della questione rimarrà forte
l´attenzione nei prossimi mesi per controllare che siano mantenute le promesse
fatte agli abitanti della valle di Maan. Per saperne di più: www.narmada.org
www.irn.org
BANCA
MONDIALE LE CRITICHE DELL´INSPECTION PANEL ED I SOSPETTI DI CORRUZIONE SI
ABBATTONO SULLA DIGA DI BUJAGALI IN UGANDA Il
progetto della diga di Bujagali in Uganda, a ridosso delle fonti del Nilo
Bianco, continua la sua tormentata storia, fatta di azzardati prestiti della
Banca mondiale, grossi interessi economici di società a rischio, possibili casi
di corruzione, di forte contestazione della società civile e, soprattutto, di
dubbi sulla sua reale efficacia. Come tutte le grandi dighe, infatti, quella di
Bujagali avrebbe degli impatti socio-ambientali devastanti, basti pensare alla
vicinanza con le fonti del Nilo, oltre a comportare dei rischi economici
elevatissimi, soprattutto legati al rischioso Accordo per l´Acquisto
dell´Energia che potrebbe rovinare la già precaria situazione dell´Uganda. Altro
pericolo è costituito dall´eventuale insostenibile aumento dei costi delle
tariffe, che potrebbe essere provocato dalla svalutazione, molto probabile,
della moneta locale rispetto al dollaro. Queste
stesse preoccupazioni sono state confermate dal rapporto dell´Inspection
Panel, l´organo investigativo della Banca mondiale, chiamato a pronunciarsi ad
inizio estate. Il Consiglio dei Direttori della Banca, sebbene scosso dal
rapporto, sembrava intenzionato a porre dei deboli correttivi e a proseguire per
la sua strada, ovvero un ulteriore sostegno finanziario al progetto tramite la
MIGA, il braccio assicurativo della Banca. Improvvisamente, invece, si è
bloccato tutto. La nuova decisione sul progetto è rinviata sine die, ma rimane
indispensabile. Dopo l´approvazione del primo prestito per Bujagali lo scorso
dicembre, infatti, il ritiro di alcune agenzie di credito all´export aveva
creato non pochi problemi. Per questa ragione l´AES, la società leader del
consorzio della diga ed il più grosso produttore indipendente di energia
elettrica di tutti gli USA, aveva chiesto la garanzia alla MIGA. Come
mai il più grosso progetto infrastrutturale nel settore energetico finanziato
da privati in Africa negli ultimi anni, per un investimento complessivo di oltre
550 milioni di dollari, si trova improvvisamente in una fase di stallo? La
risposta è semplice: si sta abbattendo sul progetto il ciclone corruzione. Già
nel 1999 l´Uganda Confidential, il principale quotidiano locale, aveva scritto
che l´AES aveva corrotto il ministro dell´Energia dell´epoca, Richard
Kaijuka, per far sė che la diga di Bujagali ricevesse il semaforo verde. E´
quanto meno singolare che lo stesso ex ministro sia ora un vice direttore
esecutivo in Banca mondiale, e che abbia votato l´approvazione della diga.
L´aggiudicazione del progetto, poi, è avvenuta in maniera anomala, senza una
vera e propria gara internazionale e con l´esistenza di un piano alternativo
molto più vantaggioso (quello della norvegese Norpak). L´inchiesta
della BM sulla questione corruzione non ha portato ad elementi rilevanti,
sebbene il presidente Wolfensohn abbia affermato che, qualora c Intanto
la AES, negli ultimi giorni di giugno, ha informato la BM di avere le prove che
uno dei principali contraenti del consorzio, la norvegese Veidekke ASA di Oslo,
tramite una filiale inglese, la Noricel Ltd aveva, nel 1999, consegnato la somma
di 10.000 dollari ad un funzionario del governo ugandese. All´epoca la
Veidekke non faceva ancora parte del consorzio con l´AES, proponendo un
progetto alternativo a quello di Bujagali. L´ex
ministro Kaijuka ha negato risolutamente di poter essere il funzionario oggetto
del caso di corruzione. La
AES chiede, come riporta anche un articolo del Wall Street Journal, che si
risolva questo problema prima di andare avanti con il progetto. La
sensazione è che scavando si troverà ben altro che una tangente di 10.000
dollari e che la AES stia gettando fumo negli occhi per coprire le proprie
responsabilità e problemi interni, quali la svalutazione del suo titolo in
borsa da 70 dollari a meno di 5. La verità su Bujagali potrebbe rivelarsi un
boomerang sulla Banca mondiale che potrebbe perdere ancora una volta la sua
credibilità per una grande diga.
Sul
web: www.worldbank.org
Le pagine delle principali Ong internazionali che seguono il progetto:
CIELhttp://www.ciel.org/Ifi/ifccaseuganda.html
Il
mega progetto di prospezione petrolifera in Ciad-Camerun, che prevede costi
totali per 4 miliardi di dollari ed è finanziato, tra gli altri, anche dalla
Banca mondiale, danneggerebbe seriamente l´ambiente e non distribuirebbe alle
popolazioni locali un´equa porzione dei profitti che ne deriverebbero. A
sostenerlo è l´Inspection Panel, l´organo investigativo della stessa Banca
mondiale. Il
progetto "Chad-Cameroon Oil and Pipeline" sta comportando l'apertura
di 300 pozzi petroliferi nel Ciad meridionale e la costruzione di un oleodotto
di 1.100 km che arriverà al mare in Camerun attraversando la foresta tropicale
e le zone dove abitano popolazioni indigene Pigmee Bakola. Per anni le Ong
internazionali, tra cui la Campagna, si sono battute per denunciare
l´irragionevolezza del progetto, evidenziando anche la precaria situazione sui
diritti umani presente in alcune regioni del Ciad, a causa della guerra civile
in atto. Nonostante ciò il progetto, fortemente voluto dal presidente della
Banca mondiale Wolfensohn, ricevette l´approvazione della dirigenza della
Banca nel giugno 2000, con l´unica astensione da parte del direttore italiano
Passacantando, anch´egli molto critico sulla reale fattibilità dell´opera. L´Inspection
Panel ha evidenziato come gli impatti ambientali cumulativi dell´oleodotto non
siano stati considerati dalla Banca, cosa che viene definita una ‘seria
omissione’. Inoltre l´IP esprime la sua ‘grande preoccupazione’ che solo
il 5% dei profitti derivanti dal progetto vadano a beneficiare le popolazioni
locali, tra le più povere al mondo, cui invece erano state fatte ben altre
promesse di sviluppo. |
|||||||
