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dECOder Ambiente, sviluppo, istituzioni finanziarie
internazionali
EDITORIALE DI ANTONIO
TRICARICO: IL SESSANTESIMO
ANNIVERSARIO DELLE ISTITUZIONI DI BRETTON WOODS E GLI SVILUPPI DEL NEGOZIATO DEL
WTO Quando
si arriva a sessanta anni si dovrebbe andare in pensione. O quanto meno si
dovrebbe tirare un bilancio della propria esistenza, magari ascoltando le
critiche esterne, per poi avviarsi a una vecchiaia di saggezza, all'occorrenza
facendosi da parte per far strada al nuovo. Al contrario, Banca mondiale e Fondo
monetario internazionale, a sessant’anni dalla loro creazione con la
Conferenza di Bretton Woods nel luglio 1944, a fare tutto ciò non ci pensano
neanche, sebbene vivano da tempo una profonda crisi di legittimità,
ironicamente aggravata negli ultimi anni da una devastante gestione delle crisi
finanziarie e da una inconcludente lotta alla povertà. Certo,
siamo ben lontani dal mondo del luglio 1944, ma di fatto la sconfitta di allora
delle idee di Keynes ha gettato le basi per l’egemonia americana sulla
istituzioni finanziarie, che poi si è manifestata con la rottura del sistema di
cambi fissi all’inizio degli anni ’70 e quindi con la gestione
ultra-liberista delle crisi del debito tramite l’imposizione degli
aggiustamenti strutturali dagli anni ’80 in poi. Oggi il problema del governo
interno delle istituzioni rimane aperto senza risposta
sui tavoli di Washington, così come il rapporto del sistema di Bretton Woods
con le altre agenzie delle Nazioni Unite, esautorate sempre più di budget e
funzioni dalla Banca mondiale, continua ad essere discusso senza approdare ad
alcuna soluzione all’interno del prosieguo della Conferenza Finanza per lo
Sviluppo a New York. Le
battaglie sul campo e nelle capitali dei paesi del G7 da parte della società
civile a partire dagli anni ’80 hanno prodotto molto, inclusa una maggiore
trasparenza delle istituzioni, ma per avere un autentico cambiamento di rotta è
giunto il momento di mutare il sistema di governo profondamente non democratico
di Banca e Fondo, che vorrebbero erigersi paradossalmente a promotrici di
democrazia nel Sud del mondo tramite nuove condizionalità di “buon governo”
collegate ai loro prestiti. Il prossimo anno la nomina del nuovo presidente
della Banca mondiale, da sempre un banchiere americano, offre una prima
opportunità per affrontare la questione. Solo dopo un tale cambiamento si potrà
pensare a come gestire i nodi, mai risolti, dell’attuale ed iniquo processo di
globalizzazione economica, a partire dal dramma del debito dei paesi in via di
sviluppo. Su questo il G7 inizia a discutere per la prima volta di cancellazione
totale anche del debito multilaterale per i paesi più poveri, senza però porsi
il problema di come quel debito si sia generato e rischi di riprodursi in
futuro. Ma poi sarà anche da affrontare la questione di quale finanza
internazionale è davvero necessaria al Sud del mondo per ridurre la povertà
secondo i principi di uno sviluppo sostenibile. Il recente accantonamento da
parte della Banca mondiale della sua revisione del settore estrattivo dimostra
come regni ancora oggi nella Banca ed in molte capitali del pianeta una visione
antiquata dello sviluppo, che guarda solo al breve termine ed al profitto del
settore privato. Ma
non si può parlare di riforma profonda del sistema di Bretton Woods senza
affrontare anche il futuro del Wto. Il prossimo gennaio, infatti, si
celebreranno i dieci anni del nuovo ordine commerciale definito da questa
istituzione secondo il paradigma del libero commercio sempre ed ovunque. Dopo la
debacle di Cancun, lontano da media, Ong e manifestazioni, una
“quasi-ministeriale” mascherata da Consiglio Generale a Ginevra è riuscita
a trovare un accordo sul quadro di modalità negoziali per riavviare l’agenda
di Doha. Questa volta Usa ed Ue hanno aperto le stanza segrete dei negoziati
ristretti ad India e Brasile, di fatto spaccando il fronte del Sud e ponendo
tutta la responsabilità di un nuovo fallimento sui poteri emergenti. La mossa
ha portato a ben poche concessioni, ancora tutte da verificare, da parte del
ricco nord nel capitolo agricolo, ma ha rimesso in moto tutti gli altri
negoziati a Ginevra, a partire dal temibile Gats sui servizi. L’orizzonte
ormai si sposta alla ministeriale del dicembre 2005 ad Hong Kong, ospitata dalla
nuova super-potenza cinese. A questo punto, invece di continuare ad avere tavole
rotonde e discussioni a porte chiuse sul nuovo ordine economico mondiale che
vorremmo – come quella ospitata dal ministero dell’economia a Roma lo scorso
22 luglio - sarebbe il caso di chiedersi perché non sospendere il circo globale
per una volta ed organizzare una nuova conferenza stile Bretton Woods, ma
democratica e magari in Cina, per prevenire e non curare le sciagure economiche
e finanziarie del prossimo futuro. Ancora una volta, sembra soltanto la società
civile globale, e non i governi, pronta ad avere il coraggio per accettare la
sfida. BANCA MONDIALE – GLI
AGGIORNAMENTI SULLA EXTRACTIVE
INDUSTRIES REVIEW (EIR) Lo
scorso 3 agosto il Consiglio dei Direttori della Banca mondiale ha discusso il
documento di risposta del management della Banca alle raccomandazioni dell’Extractive
Industries Review. Quasi irrilevanti le decisioni prese dalla Banca, dopo due
anni di lobbying delle Ong e dei movimenti ambientalisti e per i diritti umani
internazionali che hanno visto alleanze trasversali che andavano dal WWF ad
Amnesty International, passando per il Sindacato internazionale dei lavoratori
minerari. A parte qualche timida apertura sulla trasparenza e sull’accesso
alle informazioni, la Banca ha rinunciato a rivedere la propria politica
inerente ai prestiti per i progetti energetici. Niente sospensione ai
finanziamenti per l’estrazione dei combustibili fossili, come chiedeva il
rapporto, commissionato dalla stessa Banca mondiale tre anni fa e redatto
dall’autorevole Emil Salim. La società civile internazionale, numerose
istituzioni ed esponenti politici, addirittura sei premi Nobel per la Pace
avevano chiesto a gran voce alla Banca mondiale di implementare tutte le
raccomandazioni dell’EIR. Pochi giorni prima della decisione finale, in
occasione del sessantesimo anniversario della fondazione delle istituzioni di
Bretton Woods, caduto il 22 luglio, attivisti di tutto il mondo, dal Regno Unito
agli Usa e dall’Indonesia alla Bolivia, hanno inscenato una serie di
manifestazioni non-violente per protestare contro la Banca mondiale ed i suoi
sei decenni di politiche fallimentari e per chiedere un primo segno di
cambiamento proprio con la cessazione dei finanziamenti all’estrazione dei
combustibili fossili. In Italia Padre Alex Zanotelli, animatore della Rete
Lilliput, si è unito alle richieste di CRBM, WWF, Amici della terra, Greenpeace
e Legambiente ed ha scritto al presidente della Banca Mondiale ed al direttore
esecutivo italiano per chiedergli di accettare le richieste che milioni di
poveri nel mondo gli hanno rivolto durante i tre anni di discussione sugli
impatti dei progetti petroliferi finanziati dalla Banca mondiale. Negli
ultimi mesi anche l’impegno della CRBM in merito all’EIR era stato continuo
e di primissimo piano. CRBM
è stata tra le protagoniste di un lobbying tour negli Stati Uniti, tenutosi tra
il 17 ed il 20 febbraio per influenzare i Direttori Esecutivi della Banca
mondiale sul rapporto dell’Extractive Industries Review insieme ad altre Ong
internazionali, tra cui Bank Information Center e Friends of the Earth. Si sono
tenuti incontri con i rappresentanti di Francia, Svizzera, Canada, Scandinavia,
Giappone, Regno Unito, Germania, Africa francofona ed anglofona. La
CRBM ha inoltre avuto dei colloqui con il Direttore del Dipartimento Ambiente e
Sviluppo Sociale dell’IFC, Rachel Kyte, per discutere del rischio di
sovrapposizione del voto del Consiglio dei Direttori con una decisione in merito
alla revisione delle linee-guida interne dell’IFC. A
fine febbraio la presenza dell’autore dell’EIR, l’ex ministro
dell’ambiente indonesiano Emil Salim, ha permesso una serie di incontri con
esponenti istituzionali e dei media a Roma ed a Bruxelles. CRBM
ha sostenuto il lavoro di euro-parlamentari verdi attivi sulla questione
dell’EIR in modo da intavolare questioni specifiche sulle raccomandazioni
dell’EIR. Tale lavoro è stato anche finalizzato ad ottenere una risoluzione
sull’EIR presa in seduta plenaria dal Parlamento europeo lo scorso 31 marzo.
La risoluzione si è rivelata essere uno strumento essenziale per fare pressione
sui governi europei e sul Consiglio in merito alla loro posizione sull’EIR. Anche
la Commissione europea, a seguito del lavoro parlamentare svolto nel primo
semestre 2004, ha espresso in una lettera inviata alla eurodeputata verde Monica
Frassoni, molto attiva sul fronte EIR, una posizione molto positiva. Nella
lettera si attestava che il Commissario per lo Sviluppo dell’UE, Paul Nielson,
aveva tenuto dei “proficui colloqui bilaterali” con il Presidente della
Banca mondiale sull’EIR, e che la Commissione teneva in piena considerazione
le raccomandazioni dell’EIR in relazione al ruolo che la Commissione stessa
gioca nei confronti di BEI e BERS. “L’EIR è assolutamente compatibile ed
aderente alle politiche della Commissione sulla lotta alla povertà e per lo
sviluppo sostenibile”, era quanto sostenuto significativamente dalla
Commissione. In
Italia il governo non si è ufficialmente espresso sull’EIR prima del voto del
Direttore esecutivo di agosto, nonostante sia stato più volte sollecitato in
proposito da alcuni parlamentari italiani attivi sul fronte dell’EIR come il
senatore verde Francesco Martone e il deputato DS Famiano Crucianelli che hanno
organizzato una tavola rotonda alla Camera in marzo per discutere con il governo
ed il redattore del rapporto Emil Salim ed hanno intavolato alcuni emendamenti
sulle raccomandazioni della EIR nell’ambito della discussione sul
finanziamento di IDA 13. All’approssimarsi del voto della Banca Mondiale, in
giugno e luglio, CRBM, Amici della Terra e WWF hanno anche realizzato un
volantone-cartolina, spedito da circa 2.000 attivisti per scrivere al Direttore
esecutivo italiano alla Banca mondiale ed al Ministro dell’Economia in merito
all’EIR. E’
da sottolineare come, al suo primo appuntamento importante con le radicali
richieste di riforma della politica energetica dell’istituzione avanzate dalle
Ong, il nuovo Direttore Esecutivo italiano in Banca Mondiale, Biagio Bossone, ha
fatto delle dichiarazioni importanti durante il meeting del Consiglio Dei
Direttori di agosto. In particolare il Direttore ha espresso il suo favore per
l’avvio di un processo interno alla banca per muoversi nell’implementazione
delle raccomandazioni EIR attraverso la formulazione di standards obbligatori,
la revisione annuale della strategia energetica della Banca (proposta molto
importante che è arrivata dall’ufficio italiano) e l’avanzamento della
formulazione di indicatori di good governance a livello internazionale
che la Banca dovrà rispettare. Rilevante
è stata la posizione del Direttore italiano in favore di condizionare il
supporto della banca a grandi progetti energetici all’esistenza preliminare di
una good governance (includendo la presenza di un governo
democraticamente eletto, il rispetto
dei diritti umani, l'assenza di corruzione e la trasparenza sulle operazioni)
nei paesi riceventi. Infine
molto interessante è stata la proposta, unica nella storia delle discussioni
del Board, sostenuta dal direttore italiano, di rendere pubbliche le
dichiarazioni dei direttori Esecutivi sulla discussione del rapporto EIR. Per saperne di più: Leggi il rapporto EIR su www.eireview.org
Gli approfondimenti e le posizioni
delle Ong su www.eireview.info
Ed il briefing su EIR in italiano
della CRBM sul sito www.crbm.org
o scrivi a
jaro@crbm.org BANCA MONDIALE – LE
ULTIME NOVITÀ SUL LESOTHO HIGHLANDS WATER PROJECT A
metà marzo il re del Lesotho ed il presidente sudafricano Thabo Mbeki hanno
inaugurato ufficialmente la mastodontica diga di Mohale, parte del Lesotho
Highlands Water Project, il secondo progetto di gestione delle acque più grande
al mondo dopo la diga delle Tre Gole in Cina. La Mohale dam è la più
grande diga africana. Intanto sul fronte giudiziario Guido Penzhorn, il PM del
mega-caso di corruzione internazionale che vede coinvolte numerose imprese
appaltatrici del progetto, ha dichiarato che la prossima compagnia ad andare a
processo sarà l’italiana Impregilo che però, in una nota ripresa dalla
Reuters, ha affermato di ignorare l’esistenza di procedimenti a suo carico nel
lontano Lesotho. Una delle tre società fino adesso andate a processo e
condannate, la canadese Acres International, ha invece manifestato
l’intenzione di pagare la sanzione pecuniaria inflittagli in “comode
rate”. Questo quanto comunicato dalla stessa Acres nell’ultima settimana di
marzo. Il portavoce della società ci ha tenuto a ribadire che uno dei loro
principi cardine è l’assoluto rispetto della legge, ma che non sarebbe male
trovare una soluzione per scadenzare il pagamento dovuto, che ammonta a poco più
di un milione e mezzo di euro. Che poi la Acres abbia un fatturato annuo di
qualche centinaia di milioni di euro e che invece il Lesotho sia uno dei paesi
più poveri della terra, pare essere un dettaglio trascurabile. Meglio procedere
con dei pagamenti frazionati. Peccato che il ministro della giustizia del
Lesotho, Fine Maema, sia assolutamente contrario a questi tipo di soluzione e
che intanto anche la Banca mondiale, dopo aver condotto una sua indagine
interna, sia giunta a ben altre conclusioni. Ovvero che la Acres aveva
effettivamente adottato delle pratiche di corruzione. Per tale ragione la
multinazionale canadese non potrà più richiedere finanziamenti alla BM per tre
anni. La decisione storica per l’attuazione delle linee guida anti-corruzione
della Banca finalmente anche per le grandi multinazionali è stata accolta con
favore dalla CRBM e da un nutrito numero di Ong internazionali. Ma
dal Lesotho le notizie più allarmanti sono giunte a giugno, allorquando si è
tornati a fronteggiare l’emergenza siccità (il 2004 è il terzo anno
consecutivo di quasi totale assenza di piogge). Che la
situazione sia altamente problematica lo hanno confermato le parole della
responsabile per il Lesotho del Programma alimentare mondiale (PAM) delle
Nazioni Unite, Techester Zergaber, che ha evidenziato come il PAM stia facendo
il possibile per fornire cibo alla stragrande maggioranza della popolazione del
Lesotho, pesantemente impattata dalle carestie provocate dalla perdurante siccità.
Anche un raccolto ricco tra giugno e luglio potrebbe non bastare. Tutto ciò è
incredibile, se si pensa che la maggiore ricchezza del Lesotho sono proprie le
ingenti riserve idriche del fiume Arancione, le cui acque sono imbrigliate
proprio dalle mastodontiche opere del Lesotho
Highlands Water Project e destinate al ricco distretto industriale di
Johannesburg, nel vicino Sudafrica. La politica anti-corruzione della Banca mondiale - http://www1.worldbank.org/publicsector/anticorrupt/
Altre Ong europee che seguono il
caso: |
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