campagna

per la riforma della banca mondiale
Inizio > IFI Decoder New Page 1
 

CLICCA QUI PER SCARICARE IL FILE WORD DI IFI DECODER NUMERO 21

– Numero 21 – Febbraio 2005

Pubblicazione non periodica

 

Ifi

dECOder

Ambiente, sviluppo, istituzioni finanziarie internazionali

 

 

   

 

in questo numero

·    Editoriale di Antonio Tricarico: lo tsunami, il debito e le mosse inadeguate della comunità internazionale. Fumata nera sul debito al G7 di Londra, il percorso incerto della finanza per lo sviluppo nel 2005

  • Banca mondiale – Caso Chixoy: la protesta pacifica e la repressione
  • Banca mondiale – Guatemala: la miniera d’oro della discordia
  • Banca mondiale – La diga di Bujagali si farà. Quale sarà il ruolo della Banca? 
  • Banca mondiale – La privatizzazione delle risorse idriche, i casi Tanzania e Bolivia

 

·   Banca mondiale –  La IUCN e le raccomandazioni della World Commission on Dams

  • Banca mondiale – Le proteste contro la riforma degli standard socio-ambientali dell’IFC

·   Banca mondiale – La corsa alla presidenza. La petizione delle Ong

·   Banche private – Tutti gli ultimi aggiornamenti sul progetto BTC. Le mosse di Banca Intesa

  • ECAs – Entrata in vigore la Convenzione di Aarhus, quali implicazioni per le Ecas europee?

·   WTO – La situazione del negoziato. Gli sviluppi in ambito GATS

 

 

 

EDITORIALE DI ANTONIO TRICARICO:  LO TSUNAMI, IL DEBITO E LE MOSSE INADEGUATE DELLA COMUNITA’ INTERNAZIONALE. FUMATA NERA SUL DEBITO AL G7 DI LONDRA.

IL PERCORSO INCERTO DELLA FINANZA DELLO SVILUPPO NEL 2005

Il 2005 si è aperto con importanti incontri ad alto livello che fanno aumentare le aspettative per quello che diversi governi,  quello britannico in primis, definiscono come l’anno cruciale per lo sviluppo del Sud del mondo, a partire dall’Africa.

All’inizio di febbraio il G7 delle finanze di Londra ha aperto la presidenza inglese del G8, entrando subito nel vivo. L’obiettivo di conciliare l’approccio inglese e quello americano alla cancellazione totale del debito multilaterale verso i paesi più poveri ed indebitati per il momento non è stato raggiunto. Si procederà ad una cancellazione del 100 per cento soltanto avanzando caso per caso, senza escludere che paesi non necessariamente poverissimi, come quelli HIPC, ma con un debito consistente, possano anche beneficiarne. Di fatto è però mancato l’accordo su come finanziarie queste eventuali e più strutturali cancellazioni. Nel caso del Fondo monetario saranno gli incontri di primavera di Washington a decretare se si potrà vendere una parte delle riserve auree dello stesso FMI per pagare la cancellazione del debito, oppure se ci si limiterà ad una vendita su un mercato secondario vista come una rivalutazione. La società civile fa notare che la prima “rivalutazione” in realtà ha generato risorse non ancora utilizzate, mentre una vendita razionata è possibile se c’è volontà politica senza alterare il prezzo dell’oro, con gravi impatti sui paesi che dipendono dalle riserve aurifere, situati principalmente nel Sud del mondo.

Per quel che concerne la Banca mondiale ed altre banche regionali, si sta ancora in alto mare e non si sa con quali risorse finanziarie procedere a queste cancellazioni.

Allo stesso tempo però il G7 conferma la validità dell’iniziativa HIPC, anche oltre la scadenza originaria di fine 2004, senza considerare che complessivamente questa iniziativa ha funzionato soltanto per metà in termini di valore del debito cancellato e nei casi di paesi in cui si è giunti al completamente la situazione debitoria in realtà si è aggravata per motivi esogeni legati all’economia globale, quali l’abbassamento dei prezzi di materie prime, centrali nell’export di molti paesi poveri.

Infine, rimane ancora aperta la questione della valutazione della sostenibilità del debito, che la società civile vorrebbe rispetto all’esigenza di raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del millennio e non solo in base a parametri macro-economici. Questo specialmente alla luce di cancellazioni arbitrarie come quella all’80 per cento del gigantesco debito iracheno voluta dal Club di Parigi per meri motivi geopolitici. Allo stesso tempo nel caso della tragedia dello tsunami si è visto un atteggiamento ben diverso dei creditori, al punto che soltanto tre paesi hanno accettato una moratoria molto limitata sui pagamenti del debito. Le economie emergenti si preoccupano maggiormente di consentire un afflusso continuo di capitali privati e quindi non essere declassati nel proprio rating finanziario in caso di sospensioni del pagamento sul debito. Una questione risolvibile solamente con la costituzione di un meccanismo legale di arbitrato sul debito che dia al debitore il diritto di dichiararsi insolvente ma di ricevere lo stesso delle risorse addizionali.

Ma il G7 si è anche speso su altre questioni, senza però, anche in questo caso, arrivare a dei risultati tangibili. Senza dubbio centrale rimane la questione dell’aumento delle risorse per lo sviluppo per cui il governo britannico ha presentato la proposta di creazione di una International finance facility, che di fatto troverebbe ingenti risorse sui mercati finanziari per raggiungere in dieci anni gli obiettivi di sviluppo del millennio, tramite l’emissione di titoli obbligazionari dei paesi ricchi da ripagare poi nel 2015. Il rischio è che poi il tra dieci anni ripagamento dei titoli ai sottoscrittori produca, in mancanza di vere risorse addizionali, un crollo verticale dell’aiuto allo sviluppo. Sembra emergere un primo accordo almeno su una fase pilota dedicata a finanziarie programmi di immunizzazione contro malattie contagiose che affliggono ancora parte del Sud del mondo. A sorpresa sin da dicembre l’Italia ha appoggiato la proposta inglese, così come la Germania, anche se in pratica sembra che si impegni a contribuire solamente a questa fase pilota e limitata. Rimane aperta la questione di governance di questo nuovo strumento finanziario, ossia è ancora in ballo la decisione su chi gestirà tali importanti nuove risorse della finanza dello sviluppo e secondo quali criteri. L’incontro di Londra si è chiuso con una forte critica americana all’idea innovativa di finanziamento dello sviluppo.

Sullo sfondo rimane la proposta francese di pensare invece all’istituzione di tasse globali per finanziarie lo sviluppo, un approccio senza dubbio più lungimirante ed innovativo che per il momento ha trovato solo l’interesse tedesco e la cortesia inglese.

Insomma emergono chiaramente già dal primo incontro i limiti del processo del G8 di quest’anno, nonostante i continui proclami ambiziosi dei padroni di casa inglesi su quello che andrebbe raggiunto. La conferenza OCSE di Parigi sull’armonizzazione e l’efficacia degli aiuti di inizio marzo ha confermato come solamente i paesi europei abbiano un interesse a definire degli impegni concreti e misurabili a fronte di una rinnovata riluttanza americana. In questo contesto il governo inglese, che nel secondo semestre del 2005terrà anche la presidenza europea, si è speso in favore dell’idea di ridurre significativamente le dannose condizioni economiche e commerciali imposte negli ultimi venti anni ai prestiti per i paesi del Sud del mondo nell’ambito degli aggiustamenti strutturali. Un approccio confermato dal recente rapporto della Commission for Africa, istituita dal governo inglese per contribuire al processo del G8 di luglio. Quello di Parigi risulta senza dubbio un primo grave fallimento che nulla fa sperare di buono per i prossimi incontri del G8 e per la conferenza ONU di settembre a cinque anni dalla definizione degli impegni di sviluppo del millennio.

 

BANCA MONDIALE – CASO CHIXOY: LA PROTESTA PACIFICA E LA REPRESSIONE

Lo scorso settembre le proteste della comunità Maya Achì per rivendicare le richieste di compensazione e di restituzione delle terre sottratte come conseguenza della costruzione della diga di Chixoy, proteste consistite nella pacifica occupazione durata un paio di giorni del sito della diga, sembravano aver sortito un primo importante risultato. I rappresentanti della comunità avevano siglato un accordo con l’INDE, la compagnia elettrica guatemalteca, la missione permanente della Nazioni Unite in Guatemala e il locale dipartimento sui diritti umani del Ministero della Giustizia. Nel documento si stabiliva che l’INDE avrebbe riesaminato la propria documentazione su Chixoy, impegnandosi a velocizzare l’adempimento degli obblighi che ancora ha riguardo alle pratiche di reinsediamento (val la pena rammentare che i Maya Achì furono massicciamente sfollati a causa della costruzione della diga, cui sono legati i massacri di oltre 400 persone, tra cui molte donne e bambini all’inizio degli anni ‘80). Inoltre l’INDE avrebbe verificato l’esistenza di un accordo di reinsediamento tra le comunità e la Banca mondiale e provveduto a rendere pubblica tutta l’eventuale documentazione. Tutto ciò sarebbe dovuto avvenire in meno di dieci giorni, mentre si era anche parlato dell’istituzione di un gruppo di lavoro sulla questione composto da rappresentanti delle comunità impattate dalla diga di Chixoy, del governo, dell’INDE, della Banca mondiale e della Banca Interamericana di Sviluppo (finanziatrici del progetto), del Ministero dell’Energia guatemalteco e della Union Fenosa (società privata spagnola che si occupa della distribuzione dell’energia elettrica in Guatemala). Purtroppo ancora una volta le tante promesse fatte ad una popolazione in attesa da oltre venti anni del riconoscimento dei suoi diritti sono state disattese. Oltre alla situazione di stallo negoziale, CRBM, che da anni segue attivamente il caso Chixoy, già ad ottobre era venuta a sapere dalle organizzazioni in Guatemala che a seguito delle proteste pacifiche due dei dimostranti erano stati licenziati dalla INDE. Ma la situazione è diventata ancora più grave ad inizio 2005, allorché prima Carlos Chen e poi Antonio Vasquez Xitumul, entrambi leader della comunità Maya Achì, sono stati arrestati con l’accusa di minacce, lesioni gravi e per aver messo in pericolo la sicurezza nazionale. Capi di imputazione gravissimi, che però appaiono del tutto infondati, visto che sono riferiti alla protesta pacifica tenutasi a settembre. Insomma una condotta simile sembra smentire del tutto la voglia di dialogo da parte del governo guatemalteco, più propenso ad usare invece il codice penale come vero strumento di repressione.

Per saperne di più:

www.irn.org www.rightsaction.org

 

BANCA MONDIALE – GUATEMALA: LA MINIERA D’ORO DELLA DISCORDIA

Il Coordinamento Nazionale delle Organizzazioni Campesine del Guatemala a metà gennaio ha riferito che due persone sarebbero state uccise e molte altre ferite allorché la polizia e l’esercito guatemalteco hanno fatto cessare con la forza un blocco di manifestanti davanti ad una miniera finanziata in parte dalla Banca mondiale. Il blocco aveva lo scopo di impedire l’arrivo di strumentazione tecnica alla miniera, di proprietà della compagnia canadese Marlin Mine e per la cui costruzione lo scorso giugno la Banca mondiale aveva stanziato, tramite l’International Finance Corporation, il suo sportello che presta ai privati, 35 milioni di dollari. Nel progetto la BM possiede anche una quota diretta, per un ammontare di 10 milioni di dollari. I gruppi e le popolazioni locali, ampiamente contrarie all’apertura della miniera, avevano chiesto lo scorso anno alla Banca mondiale di rinviare la decisione sul finanziamento del progetto, dal momento che rimanevano aperte una serie di questioni sulla sicurezza e sulle consultazioni. Ma per l’ennesima volta la Banca mondiale aveva privilegiato gli interessi dei privati piuttosto che quelli delle comunità impattate dai progetti. Successivamente le popolazioni indigene hanno deciso di esperire un ricorso all’ Ombudsman dell’IFC, in cui si mette chiaramente in discussione il sostegno della Banca mondiale al progetto.      

Sul web

www.carta.org

 

BANCA MONDIALE – LA DIGA DI BUJAGALI SI FARA’. QUALE SARA’ IL RUOLO DELLA BANCA?

Il contestato progetto della diga di Bujagali in Uganda, vicino alle sorgenti del Nilo Bianco, alla fine si farà. I lavori inizieranno entro la prima metà di quest’anno. Questo è quanto si è saputo ad ottobre grazie ad un comunicato ufficiale delle quattro compagnie che formano il nuovo consorzio costruttore: l’Electricite De France, la spagnola Union Fonesa International , la sudafricana Eskom Enterprises la britannica CDC Capital partners. Il tutto con l’evidente appoggio del governo ugandese. Il presidente Museveni, infatti, nello stesso periodo ha affermato che nel 2005 stanzierà oltre 100 milioni di dollari per l’opera. Se necessario anche di più, ha sottolineato Museveni, che ha anche rivelato come la sua frenesia di costruire altre dighe sia stata apparentemente bloccata dalla posizione del Fondo Monetario Internazionale. Ricordiamo che per diversi mesi il progetto era rimasto bloccato a causa della rinuncia da parte di una delle più grandi compagnie elettriche statunitensi, la AES, per motivi legati a vari impedimenti finanziari e ad una caso di corruzione. Proprio per questa fase di stallo il finanziamento della Banca mondiale al mega-progetto, i cui costi sono stimati intorno ai 580 milioni di dollari, era stato “congelato”. Si attendono novità in merito. 

Sul World Wide Web: www.worldbank.org Le pagine delle principali Ong internazionali che seguono il progetto: CIELhttp://www.ciel.org/Ifi/ifccaseuganda.html  

IRN -  http://irn.org/programs/bujagali/

Save Bujagali -  www.uganda.co.ug/bujagali  

Il sito del progetto www.bujagali.com

 

BANCA MONDIALE – LA IUCN E LE RACCOMANDAZIONI DELLA WORLD COMMISSION ON DAMS

In occasione del congresso sulla conservazione del mondo tenutosi a novembre a Bangkok dall’IUCN è stata presa un’importante decisione dalla stragrande maggioranza dei governi e delle Ong che formano l’istituzione. In una mozione, infatti si stabilisce che le istituzioni finanziarie internazionali debbano concedere fondi per la costruzione di dighe solo ed unicamente in base ai principi esposti nel rivoluzionario rapporto della World Commission on Dams (WCD), reso pubblico nel novembre 2000 a Londra. Purtroppo le raccomandazioni della WCD non sono mai state accolte compiutamente dalla Banca mondiale. Ovvero dalla stessa istituzione che aveva commissionato l’attività della WCD. Evidentemente la Banca non era intenzionata a recepire dei principi così evoluti a livello di tutela socio-ambientale.   

Val la pena ricordare che l’IUCN è un’organizzazione composta da 77 paesi, 114 agenzie governative ed oltre 800 Ong.

Per approfondimenti:

www.iucn.org www.dams.org

 

BANCA MONDIALE – LE PROTESTE CONTRO LA RIFORMA DEGLI STANDARD SOCIO-AMBIENTALI DELL’IFC

Il 3 dicembre a Parigi si è svolta l’ennesima protesta contro il finto dialogo proposto dalla Banca mondiale alle Ong per discutere della riforma degli standard socio-ambientali dell’International Finance Corporation (IFC), lo sportello della Banca che presta ai privati. Le precedenti consultazioni, tenutesi in tutto il 2004 a Manila, Rio de Janeiro, Nairobi, Washington, Londra e Berlino erano state tutte pesantemente boicottate. Le organizzazioni sia del Sud che del Nord del mondo hanno denunciato come i processi di consultazione siano stati affrettati e mal preparati e siano svolti in mancanza della pubblicazione dei documenti cruciali. Le Ong hanno inoltre evidenziato il fatto che l’IFC non si preoccupi, prima di avviarne una revisione, di valutare la reale applicazione delle linee-guida esistenti ai progetti ed il suo ruolo di controllo fino ad oggi. La riforma degli standards socio-ambientali dell’IFC riveste un’importanza fondamentale per le popolazioni del Sud del mondo. Basta ricordare che nel 2004 la stessa IFC ha investito ben 23,5 miliardi di dollari per progetti nei paesi in via di sviluppo. Inoltre le principali banche del pianeta, come Citibank e Bank of America, in base agli Equator Principles da loro sottoscritti, si sono impegnate a seguire proprio le linee guida dell’IFC. E’ facile intuire quali sarebbero le conseguenze su scala globale se tali linee guida venissero rese meno stringenti. Fa quindi scalpore che alcune banche firmatarie degli Equator Principles abbiano già espresso le loro perplessità sulle proposte dell’IFC e non abbiano intenzione di partecipare a nuove consultazioni se non su documenti che chiariscano il ruolo dell’IFC. Altrettanto ha fatto la Rio Tinto, una delle principali multinazionali del settore estrattivo. Sempre ad inizio dicembre più di 200 Ong internazionali hanno stilato una piattaforma in cui sono contenute le loro richieste all’IFC. Per l’Italia hanno sottoscritto il documento la CRBM, gli Amici della Terra, Legambiente ed il WWF. La piattaforma chiede che l’IFC:

·         Adotti i più alti standard socio-ambientali a livello internazionale e faccia sì che le multinazionali, per accedere ad un prestito dell’IFC, non violino i diritti umani, i diritti dei lavoratori e le normative ambientali internazionalmente riconosciute; ·         Si impegni realmente nella lotta contro la povertà ed a favore di uno sviluppo sostenibile;
·         Stabilisca un chiaro meccanismo per il rispetto dei suoi standard e non accetti la proposta delle multinazionali di procedere con un auto-monitoraggio delle loro attività; ·         Riconoscere i diritti delle comunità e delle popolazioni indigene impattate dai progetti che finanzia; ·        
Assicurare che le informazioni siano rese pubbliche per tempo in maniera corretta.

Per approfondimenti:

www.ifiwatchnet.org

 

VAI ALLA SECONDA PARTE DI IFI DECODER 21