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per la riforma della banca mondiale
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IFI DECODER SECONDA PARTE

 

BANCA MONDIALE – LA CORSA ALLA PRESIDENZA. LA PETIZIONE DELLE ONG

James Wolfensohn, l’attuale presidente della Banca mondiale, ha ufficialmente annunciato la sua intenzione di passare la mano e non riproporsi per un terzo mandato. Wolfensohn lascia dopo ben dieci anni, ed ovviamente si rincorrono le ipotesi sui nomi dei suoi possibili successori – si parla addirittura di Colin Powell e di Bill Clinton. Le Ong che fanno campagna sulle istituzioni finanziarie internazionali hanno attivato un sito web, www.worldbankpresident.org , che ha lo scopo di dare tutti gli aggiornamenti su chi sarà il nuovo presidente della Banca mondiale – l’elezione si terrà a giugno – e su come il processo sia poco trasparente. Val la pena ricordare che per una convenzione non scritta mentre la massima carica del Fondo monetario spetta ad un europeo, la presidenza della Banca mondiale è di esclusivo appannaggio di uno statunitense. Proprio per chiedere maggiore democrazia e differenti dinamiche di governance, la società civile statunitense ha redatto una petizione, sostenuta da molte Ong internazionali, tra cui anche la CRBM. Ecco di seguito il testo della petizione.

Dichiarazione della Coalizione per la Democrazia nelle IFI

Mentre il mandato presidenziale di James Wolfensohn si avvicina al termine, ci sentiamo in dovere di avvertire l’opinione pubblica che i leader mondiali si stanno preparando a nominare il capo di una delle istituzioni finanziarie internazionali più importanti a porte chiuse per la seconda volta in un anno. 

Dopo aver criticato la selezione ampiamente non-democratica del nuovo Direttore Operativo del Fondo monetario internazionale, ora avvertiamo che più o meno lo stesso sta per accadere nel caso della Banca mondiale. Riconoscendo che queste istituzioni rimangono ancorate ad un modello di governance obsoleto, chiediamo ai governi membri ed alle stesse istituzioni di prendersi la responsabilità di creare e di seguire un processo che sia compatibile con gli attuali standard di democrazia.

Dopo la seconda Guerra Mondiale, è ampiamente considerato accettabile che i tecnocrati gestiscano in segreto le politiche di sviluppo e degli aiuti. Ma oggi i cittadini e la società civile riconoscono un bisogno urgente di un più grande coinvolgimento democratico e di una maggiore governance  nelle istituzioni globali. Tutto ciò richiede dei processi che possano fornire più trasparenza, un contributo diretto da parte dei cittadini, un’accountability pubblica. Interpretiamo il fatto che oltre cinquanta paesi abbiano adottato delle leggi sulla libertà di informazione, con la metà di questi paesi che hanno agito in proposito nell’ultimo decennio, come un chiaro segnale che i cittadini e le organizzazioni della società civile siano degli interlocutori capaci, con il pieno intento di accollarsi le responsabilità di una partecipazione democratica attiva.

Ma è ampiamente riconosciuto che le sole istituzioni democratiche a livello nazionale non risolveranno il problema del “deficit di democrazia”. Oggi le istituzioni finanziarie internazionali (IFI) esercitano un enorme potere sulle economie dei paesi in via di sviluppo in questioni che vanno dalle politiche commerciali fino al livello ed alla composizione delle spese pubbliche e al ruolo del settore privato. Sì, le IFI sono rimaste al modello del diciannovesimo secolo, che prevede che poche persone dotate di grandi poteri operino come autorità supreme, in base ad un “accordo non scritto”. Nel ventunesimo secolo le persone chiedono trasparenza e accountability. Solo rimodellando le nostre istituzioni globali possiamo raggiungere questi obiettivi.

Sosteniamo lo spirito di alcune recenti proposte di riforma delle governance delle IFI, sebbene riscontriamo che queste proposte non sono indirizzate a quel tipo di cambiamenti sistemici che riteniamo necessari. Nel 2000 le diffuse critiche di selezione non democratica del Direttore Operativo del Fondo Monetario Horst Köhler portarono lo stesso Fondo e la Banca mondiale alla creazione di una commissione di membri del consiglio allo scopo di fornire delle linee-guida per la prossima successione. Tuttavia anche queste limitate proposte di riforma, presentate ai consigli delle IFI nel 2001, sono state ignorate nel processo di selezione che ha portato all’elezione di Rodrigo Rato come nuovo Direttore Operativo del Fondo monetario. Il processo a porte chiuse ha scatenato delle critiche senza precedenti all’interno delle istituzioni ed undici membri del consiglio del FMI (in rappresentanza di ben oltre 100 paesi) hanno emesso un comunicato pubblico chiedendo un processo più aperto e senza restrizioni geografiche. Analogamente non sono state adottate neanche le recente proposte per migliorare la “voce ed il voto” dei paesi in via di sviluppo nei consigli dei direttori esecutivi della Banca mondiale e del Fondo monetario. Mentre queste proposte iniziative non sarebbero comunque sufficienti per i necessari cambiamenti strutturali, noi sosteniamo il loro spirito di riforma per dotare di standard democratici moderni le datate strutture di governance delle IFI. 

Affermiamo con forza la necessità che i cittadini, sia nei paesi che ricevono i prestiti, i cui cittadini sono impattati dalle loro operazioni, che nei paesi ricchi, i cui governi nelle IFI esercitano un’influenza sproporzionata, abbiano un maggiore livello di partecipazione nei processi decisionali rispetto alla situazione esistente. Come punto di partenza, chiediamo che sia creato un processo trasparente e responsabile per la selezione del nuovo Presidente della Banca mondiale. Tale processo deve fornire la selezione sulla base di criteri espliciti, incluso un impegno ad una reale democratizzazione dell’istituzione, e deve essere aperto a candidati di tutti i paesi. Inoltre chiadiamo alle stesse IFI di sostenere il processo. Questa volta le IFI dovranno dimostrare di essere i canali appropriati per le risorse per lo sviluppo, e per fare ciò devono accettare la responsabilità in merito alla loro governance.  

Questa dichiarazione è stata preparata da un gruppo di organizzazioni non-governative che sono impregnate a migliorare la governance della Banca mondiale, e che rigettano il perpetuarsi della “tradizione” che vede il governo degli Stati Uniti intitolato della nomina del Presidente della Banca mondiale.

Su internet:

www.worldbank.org www.worldbankpresidency.org

 

BANCA MONDIALE – LA PROVATIZZAZIONE DELLE RISORSE IDRICHE, I CASI TANZANIA E BOLIVIA

La privatizzazione delle risorse idriche nei paesi in via di sviluppo continua. Lo scorso anno è toccato alla poverissima popolazione della Tanzania doverne pagare le disastrose conseguenze. I fatti: su pressione della Banca mondiale, forte della promessa di un prestito di 143 milioni di dollari al governo del paese africano, la Tanzania ha concesso la gestione della fornitura d’acqua ad un consorzio internazionale, di cui fa parte anche la britannica Biwater. In un rapporto reso pubblico da Action Aid alla fine del 2004 si evidenzia come le aspettative della popolazione locale siano state largamente disattese, dal momento che le bollette dell'acqua hanno subito una rapida impennata, aumentando del 40% in poco piu' di un anno. Il tutto nonostante le assicurazioni della Banca mondiale, pronta a garantire che l'accesso alle risorse idriche da parte delle fasce piu' povere della popolazione della Tanzania sarebbe migliorato e senza un aumento dei costi.

Ma in alcuni paesi le lotte delle popolazioni locali contro le provatizzazioni si concludono anche positivamente. E’ il caso della Bolivia, dove a gennaio, dopo tre giorni di scioperi, i cittadini di El Alto hanno costretto il governo del loro Paese a porre fine al contratto di concessione idrica per la multinazionale francese Suez-Lyonnaise des Eaux. Più specificamente la concessione era stata data nel 1997 alla Aguas del Illimani, sussidiaria della Lyonnaise des Eaux. Al progetto di privatizzazione delle risorse idriche, evidentemente fallimentare, aveva partecipato con una quota dell’8% anche l’International Finance Corporation, il ramo della Banca mondiale che presta ai privati.

Oggi in maniera sorprende la Aguas de Illimani è deciso a muovere un caso di arbitrato contro il governo della Bolivia per la cessazione del contratto di concessione all’International Centre for Settlement of Investment Dispute (ICSID), agenzia del Gruppo della Banca mondiale oscura ai più. Di fatto la Banca mondiale sarebbe oggetto di un palese conflitto di interessi perché azionista di una parte e arbitrato della disputa. Questa la denuncia della società civile internazionale che continua a sostenere e lotte delle comunità boliviane.

Per saperne di più:

www.worldbank.org www.actionaid.org

www.indymedia.bolivia.org

www.democracyctr.org

 

BANCHE PRIVATE – TUTTI GLI ULTIMI AGGIORNAMENTI SUL PROGETTO BTC. BANCA INTESA ESCE SU RICHIESTA DELLA SOCIETA’ CIVILE

Il Financial Times del 2 dicembre ha riportato la notizia che Banca Intesa ha ceduto una parte della sua quota di finanziamento dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), che ammontava ad un totale di 60 milioni di dollari. L’istituto di credito ha inoltre confermato che sta negoziando con terzi la cessione della rimanente quota. La condotta di Banca Intesa è dettata dalle numerose problematiche legate al progetto, più volte evidenziate in Italia dalla Campagna MancaIntesa. Tra le ultime novità su BTC, l’indagine portata avanti dal Parlamento inglese sull’operato della British Petroleum (BP), capofila del consorzio costruttore, per ciò che concerne la realizzazione del progetto. I primi risultati dell’indagine parlamentare evidenziano come la BP abbia fornito delle false informazioni sulle questioni legate alla sicurezza dell’oleodotto. Validi esperti ed ex dipendenti della stessa BP hanno infatti confermato che la copertura dei tubi della pipeline non è adeguata. Val la pena ricordare che l’agenzia di credito all’esportazione inglese, l’ECGD ha finanziato l’opera con ben 60 milioni di sterline. Ma l’ECGD non e’ stata l’unica istituzione pubblica a fornire denaro per BTC. La Banca mondiale ha contribuito con ben 310 milioni di dollari e soprattutto ha assicurato una sorta di copertura politica per il progetto. Tale copertura, alla luce degli ultimi accadimenti, non è dunque sembrata più affidabile a Banca Intesa, che ha reputato opportuno uscire dal progetto perché convinta che la valutazione socio-ambientale positiva di questo data dalla Banca mondiale fosse infondata. E’ singolare notare come tra i finanziatori del BTC ci siano banche, come ABN Amro e Citigroup, che hanno sottoscritto gli Equator Principles, che consistono nell’applicazione su base volontaria delle linee-guida socio-ambientali della stessa Banca mondiale. Banca Intesa non ha firmato gli Equator Principles, tuttavia ha preso in considerazione gli alti rischi per l’ambiente e le popolazioni locali che il progetto comporta, attenendosi di fatto pienamente alle linee guida della Banca mondiale.

Su internet i siti delle principali Ong che sostengono la campagna su Baku-Tbilisi- Ceyhan: www.khrp.org (Kurdish Human Rights Project)

www.bankwatch.org (CEE Bankwatch Network)

Il sito del consorzio BTC: www.caspiandevelopmentandexport.com

Il sito della Campagna inglese: www.baku.org.uk  

 

ECAS – ENTRATA IN VIGORE LA CONVENZIONE DI AAHRUS: QUALI IMPLICAZIONI PER LE ECAS EUROPEE?

Nel 2001 è entrata in vigore la “Convenzione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione pubblica ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale” – cosiddetta Convenzione di Aarhus. A questa Convenzione aderiscono 39 stati membri della Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite (UNECE) e l’UE.

La Convenzione di Aarhus fissa alcuni importanti principi in merito all’accesso dei cittadini alle informazioni riguardanti l’ambiente e, se correttamente implementata nei paesiparti alla Convenzione, potrebbe rappresentare uno strumento realmente innovativo per aumentare in maniera determinante la trasparenza degli enti pubblici su queste tematiche.

Nel dettaglio la Convenzione si basa sui tre pilastri della democrazia ambientale, ovvero:

-          Garantire ai cittadini l’accesso alle informazioni ambientali. Malgrado alcuni limiti, riguardanti ad esempio la tutela del segreto in materia di difesa nazionale o di pubblica sicurezza, la corretta applicazione della convenzione permetterebbe di migliorare nettamente la trasparenza in diversi ambiti.

-          Favorire la partecipazione dei cittadini alle attività decisionali che possano avere effetti sull’ambiente. Di particolare interesse il fatto che “La Convenzione stabilisce il diritto, per il pubblico interessato, di partecipare ai processi decisionali relativi all'autorizzazione di determinate attività, per lo più di natura industriale, aventi  impatto ambientale significativo, nonché all'elaborazione di piani, programmi, politiche e atti normativi adottati dalle autorità pubbliche.”

-          Estendere le condizioni per l’accesso alla giustizia. I cittadini potranno ricorrere a procedure di revisione amministrativa e giurisdizionale qualora essi ritengano violati i propri diritti in materia di accesso all'informazione o di partecipazione o anche per denunciare la violazione della normativa ambientale da parte di soggetti pubblici e privati.

Nel 2003 l’Unione Europea ha emanato la Direttiva 2003/4/EC, che implementa il primo pilastro della convenzione di Aarhus, e che è entrata in vigore il 15 febbraio 2005. In base alle definizioni precedenti, sembra che nel prossimo futuro anche le agenzie di credito all’esportazione dei paesi dell’Unione Europea dovranno applicare la Convenzione di Aarhus e garantire quindi un livello maggiore di trasparenza, in particolare riguardo alle problematiche ambientali. Un’ulteriore indicazione in questa direzione viene dalla ACE e dal governo olandese, che in un caso recente si è pronunciato in favore della trasparenza sulle questioni ambientali della propria ACE.

L’Italia, tra i primi paesi UE, ha ratificato senza modifiche in Parlamento la Convenzione di Aarhus, in particolare con la legge del 16 marzo 2001, n. 108. Ma per la corretta applicazione della legge sono necessarie una serie di misure e linee guida attuali che non sono ancora state definite. Sarà quindi necessario un attento lavoro di monitoraggio sulle autorità pubbliche per fare sì che nel nostro paese l’implementazione della Direttiva avvenga in tempi brevi e consideri nel suo campo di applicazione anche l’operato della SACE e delle altre agenzie che sostengono le imprese private.

Sul WWW: www.isace.it - www.eca-watch.org

 

WTO – LA SITUAZIONE DEL NEGOZIATO. GLI SVILUPPI IN AMBITO GATS

Il WTO prevede dei negoziati continui nella sua sede di Ginevra, mentre ogni due anni tutti i paesi membri si ritrovano in occasione delle Conferenze Ministeriali, che rappresentano i luoghi di decisione politica, dove fissare le strategie di lungo periodo. Dopo il fallimento della Conferenza Ministeriale di Cancun a settembre del 2003 e la ripresa dei negoziati dieci mesi dopo nel corso del General Council di Ginevra, il WTO sembra essere ripartito in vista dell’appuntamento di Hong Kong.

Forse la differenza maggiore rispetto al passato sta proprio nel peso che assumono i negoziati quotidiani nella sede di Ginevra. I maggiori players probabilmente pensano che il WTO non potrebbe sopravvivere ad un ulteriore fallimento della prossima Conferenza Ministeriale, e per questo hanno deciso negli ultimi mesi di spostare il peso dei negoziati a Ginevra, per fare di Hong Kong un appuntamento interlocutorio, con obiettivi di basso profilo.

D’altra parte, anche se a luglio 2004 i negoziati sono formalmente ripartiti, sono ancora enormi le differenze tra i diversi paesi membri. Il WTO continua a vivere una frattura tra i paesi del Nord e quelli del Sud del mondo, ma a questa divisione storica si stanno sommando altre divisioni e altri blocchi di paesi, che fanno e disfano alleanze a seconda delle convenienze economiche e commerciali. I paesi del Nord continuano le pressioni per una sempre più spinta liberalizzazione del mercato dei servizi, anche di quelli pubblici ed essenziali, nel negoziato GATS, e per la progressiva eliminazione delle tariffe sui prodotti industriali nel negoziato NAMA.

Proprio il GATS sembra oggi essere l’argomento più attuale, anche perché a maggio scadrà il nuovo ultimatum per la consegna delle offerte di liberalizzazione che ogni paese membro è chiamato a mettere sul piatto della bilancia. Si stanno quindi moltiplicando le pressioni per spingere i paesi del Sud a rispettare questa scadenza, assolutamente necessaria per raggiungere una massa critica, ovvero un sufficiente numero di paesi che hanno pubblicato le loro offerte per fare avanzare i negoziati. Va notato che la Commissione Europea ha recentemente rivisto le sue richieste ai paesi del sud del mondo, ancora una volta non rendendo pubblici i documenti. Soltanto l’azione della società civile in passato era riuscita a strappare alla segretezza dei negoziatori la prima serie di richieste.

Da parte dei paesi del Sud, le richieste riguardano invece principalmente il negoziato agricolo, ed in particolare sia lo smantellamento del sistema di sussidi orientati all’esportazione di UE e Usa, sia una maggiore apertura dei mercati di questi paesi ai prodotti che arrivano dai paesi del Sud. Anche tra questi ultimi si registrano però posizioni molto differenti, che vanno da una completa apertura dei mercati agricoli voluta ad esempio dal Brasile a posizioni molto più protezionistiche richieste tra gli altri dall’India.

In questo panorama spicca ancora una volta la mancanza di potere negoziale dei paesi più poveri, e di quelli africani in particolare. Questi paesi si trovano schiacciati tra le richieste del Nord e l’emergere di nuove potenze nel Sud, senza riuscire ad affermare le proprie esigenze, come quelle storiche per un trattamento speciale e differenziato o per una diversa implementazione degli accordi negoziali.

Richieste continuamente disattese, mentre il WTO ha compiuto ad inizio 2005 il suo decimo anniversario. C’è decisamente poco da festeggiare, per un’organizzazione che sembra impostata unicamente sui binari del neoliberismo, e che vede in una progressiva liberalizzazione e privatizzazione di tutti i beni e servizi il proprio unico obiettivo e scopo, secondo l’impostazione ideologica che vede il libero mercato come unica soluzione possibile a tutti i problemi del pianeta.

Se il WTO non sembra avere imparato nulla da questi dieci anni di fallimenti, un risultato tangibile del dopo-Cancun si può osservare nell’ulteriore vigore con il quale UE e Usa stanno portando avanti negoziati bilaterali e regionali: se i negoziati multilaterali non procedono con la velocità desiderata, i grandi attori portano avanti negoziati con pochi paesi alla volta, nei quali fare valere ancora maggiormente il loro peso economico, commerciale e politico. Questa è la strada che sta oggi percorrendo l’UE nei suoi accordi di libero commercio con i paesi di Africa Caraibi e Pacifico, definiti con la solita retorica Accordi di Partenariato Economico (EPAs in inglese), che partono da quanto già negoziato in sede WTO per spingersi ancora oltre.

Per i paesi più poveri del pianeta il rischio è quello di passare dalla padella nella brace, tra il multilateralismo di facciata del WTO e negoziati bilaterali se possibile ancora meno democratici e trasparenti. In questo scenario sembra sempre più urgente e necessario avviare subito un dibattito per ridiscutere radicalmente il ruolo e le prerogative del WTO, e la necessità di creare un organo politico interno al sistema ONU che ne possa indirizzare e guidare le decisioni ponendo i diritti umani, del lavoro, sociali ed ambientali nettamente al di sopra del mercato e dei profitti privati.

 

Sul web: www.wto.org www.s2bnetwork.org www.ourworldisnotforsale.org

Il blog di Tradewatch

www.tradewatch.it  

 

 

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NUMERO CHIUSO IL 10/03/2005

A questo numero hanno collaborato:

 

Antonio Tricarico  e-mail  atricarico@crbm.org

 

Luca Manes e-mail lmanes@crbm.org  

Andrea Baranes e-mail abaranes@crbm.org

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