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SESTA MINISTERIALE DELLA WTO HONG KONG 13-18 DICEMBRE 2005
I TEMI E LO STATO DEI NEGOZIATI
I ministri del Commercio dei 148 Paesi Membri della WTO si riuniranno dal 13 al 18 dicembre ad Hong Kong per concludere il ciclo negoziale (denominato Round dello Sviluppo) iniziato nell’ottobre 2001 a Doha e continuato con il fragoroso insuccesso della Ministeriale di Cancun (Messico) nel settembre del 2003. Per la verità si sa già che la tornata negoziale avrà un’appendice per quasi tutto il primo semestre del 2006, dal momento che c’è un diffuso disaccordo su tutti i temi in discussione, che sono:
Anche le ultime riunioni ristrette, convocate per cercare di superare in extremis le profonde divergenze tra i paesi membri della Wto, si sono concluse con un nulla di fatto. Le posizioni appaiono ancora molto lontane, in primo luogo in materia di agricoltura. Lo scorso 10 ottobre gli Usa hanno presentato una proposta sul capitolo agricolo per la riduzione dei sussidi domestici. In realtà i tagli proposti sono stati vincolati ai tagli sulle tariffe d’ingresso esclusivamente sui prodotti USA. Nonostante ciò, gli Stati Uniti hanno ricevuti elogi dai media e dal segretariato della Wto e sono riusciti a girare la colpa di un eventuale insuccesso sull'Ue e sulla sua rigidità in materia agricola. Nel negoziato sui temi agricoli, infatti, è l'Unione Europa ad essere fortemente sotto accusa per le sue offerte di riduzione dei sussidi, giudicate insufficienti dal Brasile e da altri grandi paesi del Sud riuniti nel G20, mentre nello stesso tempo, sul fronte interno, paesi come la Francia accusano il Commissario Europeo Mandelson di avere già offerto troppo. Contemporaneamente la stessa Europa mantiene un atteggiamento estremamente aggressivo nei negoziati NAMA e GATS, spingendo per una maggiore liberalizzazione, rispettivamente delle tariffe sui prodotti industriali e dei servizi.
Nel GATS, in particolare, non è solo il contenuto delle richieste europee e di alcuni altri paesi occidentali a preoccupare, ma in misura forse ancora maggiore desta scalpore il metodo adottato per cercare di fare avanzare il negoziato. Nei mesi scorsi l'UE ha proposto diversi documenti più o meno ufficiali per superare la presunta immobilità e la scarsità di offerte di liberalizzazione sui servizi della maggioranza degli altri paesi membri della Wto, e dei paesi del Sud in particolare. Secondo le ultime proposte, chiamate con il solito eufemismo "nuove modalità negoziali", ogni paese membro sarebbe obbligato a fare un numero minimo di offerte (aspetti quantitativi) e ad impegnarsi in ognuna per un livello fissato di liberalizzazione (aspetti qualitativi). In pratica, contro la tante volte sbandierata flessibilità dell'accordo GATS, ogni paese membro della Wto sarebbe costretto ad aprire molti dei suoi servizi al libero mercato, rinunciando a diverse tutele e leggi adottate nell'interesse dei propri cittadini. Non a caso, nella sua proposta l'Unione europea insiste sulla necessità di concentrarsi su come gli accordi inerenti ai GATS debbano avere una forte "presenza commerciale". Questo aspetto del negoziato regola i diritti ed i doveri delle imprese che vogliono investire in un altro paese membro della Wto, ossia gli investimenti esteri nel settore dei servizi. Materia quella della liberalizzazione degli investimenti il cui negoziato è già stato rigettato con determinazione da tutti i paesi in via di sviluppo a Cancún, portando così il fallimento della conferenza.
Nel caso del negoziato sulla liberalizzazione dei prodotti industriali gli impatti per i paesi più poveri sarebbero ancora maggiori, dal momento che una liberalizzazione radicale dei mercati di questi produrrebbe deindustrializzazione di fronte all’incapacità di sostenere la giovane industria locale nella competizione globale.
E proprio il tema dello sviluppo, nonostante la retorica che ha avvolto l’intero ciclo negoziale avviato a Doha nel 2001, sembra in realtà non trovare affatto una soluzione nella situazione negoziale di questi mesi. Alla Conferenza di Hong Kong i paesi ricchi, con l’UE in testa, proporranno un pacchetto di misure sul commercio e lo sviluppo per i paesi più poveri che in realtà non offre soluzioni innovative ai loro problemi, ed anzi subordina gli aiuti allo sviluppo ed il rispetto di impegni già presi ma mai mantenuti da parte dei paesi ricchi alle pure logiche commerciali della liberalizzazione. In sostanza le esternalità negative sociali ed ambientali di questa nei paesi poveri vengono ridotte ad una questione di compensazioni economiche nel breve termine e non considerate come un problema strutturale – quale ad esempio la questione del crollo sistematico dei prezzi delle materie prime – che meritano una revisione profonda della attuali regole del commercio mondiale fissate dal Wto.
AoA: L’ACCORDO SULL’AGRICOLTURA
Il tema agricolo è entrato a far parte degli accordi commerciali multilaterali con la nascita della Wto, nel 1995, ed attualmente rappresenta la questione chiave dei negoziati, toccando in maniera diretta la politica agricola dell’Unione Europea e quella degli Stati Uniti. I negoziati considerano questa attività da un’angolazione puramente economica, ignorando gli aspetti non commerciali.
Alcune cifre La dimensione del commercio internazionale di prodotti agricoli è relativamente limitata e la maggior parte del commercio avviene all’interno dei singoli paesi o dei blocchi regionali (ad esempio nei confini dell’Unione Europea). Gli unici prodotti oggetto massiccio di esportazione sono quelli tropicali, come il caffè, di cui si esporta l’80% della produzione, il cacao, l’olio di palma, il caucciù. Altri prodotti largamente esportati sono le banane (20% della produzione), il cotone (30%), il the (40%) e la juta (10%). Fra i cereali invece, il più commerciato è il frumento (17% della produzione), segue il grano duro (mais e orzo) con l’11%. Molto di più lo sono zucchero e soia, principale alimento per l’allevamento bovino, entrambi sono trattati con valori intorno al 30%. Fra i prodotti di origine animale, solo per la carne bovina si raggiunge un mercato pari al 10% della produzione. Il commercio agricolo è dominato dai paesi industrializzati per una quota di import/export del 70%. Ma nei paesi ricchi la maggior parte delle persone lavora nel settore dei servizi e in quello delle industrie manifatturiere, mentre in quelli poveri l'agricoltura è il settore che registra maggior impiego. In India i contadini rappresentano il 60% della popolazione economicamente attiva, mentre in Cina la proporzione è di circa il 50%. Nei paesi a basso reddito in media vive di agricoltura il 68% della forza lavoro.
Gli
interessi in gioco e i vari blocchi contrapposti a livello negoziale
Che cosa si decide ad Hong Kong e qual è lo stato del negoziato? Si vuole ridurre drasticamente i dazi e i sussidi, facendo avvicinare la liberalizzazione in questo settore a quella presente nel settore dei prodotti industriali. In particolare, l’agenda negoziale prevede tra i suoi obiettivi l’eliminazione dei sussidi all’export ed una significativa apertura dei mercati agricoli nel Nord come nel Sud del mondo.
Che cosa chiede Tradewatch? Che le misure di sostegno che riguardano la sola produzione locale e nazionale, e non contribuiscono a creare dumping (ossia impatti negativi legati a una concorrenza sleale a livello internazionale) economico, ambientale e sociale, siano esentate dai vincoli dell’accordo agricolo; tutte quelle orientate all’esportazione e che invece producono dumping, danneggiando i contadini soprattutto nei paesi più poveri siano messe al bando. Gli accordi commerciali internazionali devono basarsi primariamente su misure per la promozione e la protezione del principio della sovranità e della sicurezza alimentare, sia dei consumatori sia dei produttori. La sovranità alimentare sancisce il diritto dei popoli e delle comunità a definire il proprio cibo e le politiche agricole, così come il diritto a produrre i propri alimenti di base in una maniera che rispetti la diversità culturale e produttiva, e sostenga la produzione agricola familiare e lo sviluppo rurale. I singoli paesi membri della Wto devono preservare il loro diritto a regolare i mercati agricoli, al fine di stabilizzare i prezzi delle materie prime ed assicurare in primo luogo prezzi remunerativi ai contadini locali.
Un caso di studio: il Kenya L’Accordo sull’Agricoltura ha avuto conseguenze molto negative sui piccoli produttori del Kenya, favorendo l’importazione dall’estero e la caduta dei prezzi. Il Kenya assunse a suo tempo impegni per livelli tariffari che non ha mai applicato, addirittura liberalizzando maggiormente di quanto richiestole, e non superando una media delle tariffe pari al 20%. Questo anche per il timore di misure ritorsive in caso di applicazione di tariffe maggiori. La combinazione di due fattori, l’abbassamento dei prezzi sul mercato e l’assenza di sostegni governativi, ha messo in ginocchio i piccoli agricoltori, riducendo drasticamente il loro reddito. Si calcola che il 50% della popolazione non abbia cibo sufficiente per una corretta alimentazione. L’auto sufficienza alimentare del Paese è in declino e il 10% del mais viene importato. Questa percentuale è in aumento mentre i produttori locali di mais si trovano ostacolati dalla concorrenza del mais prodotto all’estero a prezzi inferiori ai loro costi di produzione. Per quei prodotti coltivati per l’esportazione il problema è quello dei prezzi del mercato internazionale. Dal ’95 al ’97 il Kenya esportava soprattutto caffè e thè. La caduta dei prezzi di questi prodotti, in particolare del caffè, ha mandato in rovina molti agricoltori incapaci di sostenere i costi crescenti di sementi, fertilizzanti e pesticidi. Ma l’AoA (l’accordo agricolo nella Wto) non ha conseguenze solo sugli agricoltori, ma anche su coloro che lavorano nelle industrie di trasformazione collegate (cotone e zucchero). Molti impianti hanno chiuso i battenti causando la perdita di 30.000 posti di lavoro.
GATS – L’ACCORDO SUI SERVIZI
L’Accordo Generale sul Commercio dei Servizi (General Agreement on Trade in Services - GATS) è il primo ed unico accordo multilaterale che regola la liberalizzazione degli scambi di servizi su scala mondiale. Val la pena ricordare che la maggioranza degli accordi della Wto riguarda il commercio di beni e prodotti. Approvato nel 1995, su forte richiesta dei paesi industrializzati, il Gats ha esteso le regole commerciali anche al settore dei servizi, che va dalle banche alla raccolta dei rifiuti, dal turismo ai trasporti, dal servizio idrico ai grandi magazzini. Attualmente, il settore dei servizi rappresenta i 2/3 del prodotto interno lordo mondiale. L’industria dei servizi copre il 69% del Pil nei paesi industrializzati ed il 44-55% in quelli in via di sviluppo. Il 25% del volume commerciale mondiale è coperto dai servizi.
La WTO identifica 160 diversi settori. All’interno di questo negoziato la WTO sta facendo pressione sui paesi poveri affinché aprano il loro mercato dei servizi alla concorrenza delle imprese estere. Si chiede di liberalizzare settori fondamentali per lo sviluppo come l’acqua, la sanità e l’istruzione. Assicurare l’accesso a tali servizi di base è una delle misure necessarie per la lotta alla povertà. La liberalizzazione, e la conseguente privatizzazione, dei servizi ha limitato la possibilità di accesso da parte della popolazione povera del pianeta, soprattutto a causa dell’aumento vertiginoso dei prezzi.
Il Gats stabilisce le regole per impedire ai governi di intervenire sul mercato attraverso misure che possono, ad esempio, stabilire dei vincoli di varia natura, sociali, ambientali, fiscali, commerciali, etc. per la fornitura di un determinato servizio. Da notare che i vincoli al libero commercio nel caso dei servizi sono le legislazioni nazionali e non le tariffe doganali applicabili soltanto ai beni. Il negoziato Gats si basa su un approccio attraverso “liste positive”, vale a dire che si mantiene la libertà dei singoli Paesi di sottoporre o meno un proprio servizio al processo di liberalizzazione e quindi alla concorrenza straniera. Ma una volta intrapresa la strada della liberalizzazione, per i singoli Paesi è praticamente impossibile tornare indietro. Per questo motivo si chiede alla Wto che, prima di intraprendere un nuovo ciclo di negoziati per una maggiore liberalizzazione dei servizi, si avvii un’indagine imparziale per capire quali conseguenze sulle popolazioni ha la liberalizzazione di settori così fondamentali per lo sviluppo.
Perché i servizi sono soggetti ad accordi internazionali? Perché per le società multinazionali è un costo dover affrontare i diversi regolamenti stabiliti dai vari stati, la loro ambizione è di avere un unico sistema di regole valido in tutto il mondo, in modo da ridurre i costi ed aumentare i profitti. Inoltre l’uscita di scena delle imprese statali, attraverso le privatizzazioni, e la difficoltà per le imprese nazionali di competere con le multinazionali in un mercato deregolamentato, favorirebbe la concentrazione delle quote di mercato nelle loro mani. Un mercato garantito perché molti servizi sono indispensabili.
Che cosa si è negoziato sino ad ora? I vari paesi hanno presentato ai vari partners commerciali le loro “richieste” (elenco dei settori da liberalizzare in altri paesi a cui le loro imprese sono interessate) e presentato le proprie “offerte” (elenco dei settori che ogni Paese è disposto ad “aprire” alla libera concorrenza). A partire da maggio 2005 diversi Stati hanno presentato una revisione ampliata di questi documenti.
Che cosa si decide ad Hong Kong? Visto che il loro contenuto è stato giudicato poco soddisfacente dalle maggiori potenze commerciali, in occasione dell’assemblea ministeriale è prevista l’approvazione di una “formula” che obblighi tutti i paesi a liberalizzare un numero minimo di settori e la definizione delle scadenze finali del negoziato in modo da portarlo a termine entro il 2006.
Che cosa chiede Tradewatch? Che non sia approvata alcuna formula costrittiva, che gli obblighi dei governi relativi alla fornitura di servizi universali e la loro capacità di regolamentarla non siano pregiudicati dalle disposizioni del GATS. Che l’accordo sia emendato al fine di escludere i servizi pubblici, anche a livello di amministrazioni locali, in primis l’istruzione, la sanità, la cultura, l’acqua, l’energia e il settore delle attività no-profit.
Un caso emblematico: l’acqua Il comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali, nel 2002 ha dichiarato che l’accesso all’acqua è un diritto umano e che l’acqua è un bene fondamentale per la vita e il benessere delle popolazioni. I paesi firmatari di questa dichiarazione devono garantire la progressiva realizzazione di tale diritto. Appare quindi una contraddizione, se non una palese violazione, che la Wto persegua la liberalizzazione del settore idrico, pur essendo ormai dimostrato che porta ad una riduzione considerevole dell’accesso a tale servizio da parte delle popolazioni più vulnerabili dal punto di vista politico, economico e sociale. Anche se i paesi sono liberi di non impegnare il settore dell’acqua all’interno dei negoziati commerciali, la pressione esercitata da grandi potenze commerciali, come Usa e Ue, rende la scelta assai poco praticabile. Inoltre, i recenti sviluppi del negoziato sui servizi fanno presagire l’eliminazione di questa pur teorica flessibilità garantita nell’accordo Gats. L’acqua è uno dei 160 settori inclusi nell’accordo Gats, anche se fino ad ora i paesi non si sono impegnati nella sua negoziazione. L’Unione Europea, sulla spinta delle multinazionali del settore, sta cercando di modificare la situazione, adottando un’agenda molto più aggressiva di richieste di liberalizzazione e chiedendo a 72 Paesi Membri, inclusi quelli in via di sviluppo e quelli meno sviluppati, di impegnare il settore della distribuzione dell’acqua all’interno del negoziato. Il suo obiettivo è garantire alle proprie imprese un maggior accesso ai mercati esteri. Le multinazionali europee dell’acqua, Vivendi, Suez, RWE, SAUR, United Utilities e Biwater, dominano il mercato mondiale e l’Ue lavora per il consolidamento di questo oligopolio di imprese del settore idrico. Nonostante tutto, nessun paese povero ha fino ad ora avanzato offerte di liberalizzazione del proprio settore della distribuzione dell’acqua, per questo la Ue, assieme al Giappone e all’Australia, sta facendo pressione per modificare le modalità negoziali del Gats, al fine di vincolare tutti i paesi ad impegni minimi (Benchmarks), annullando, di fatto, la loro libertà di scegliere quali servizi liberalizzare.
Il costo umano della privatizzazione dell’acqua Sebbene solo il 5% della popolazione mondiale (300 milioni) riceva l’acqua da imprese private, l’apertura di tale settore alla competizione estera durante gli anni novanta, sulla spinta della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, ha avuto effetti disastrosi per le comunità povere del Sud del mondo.Varie ricerche dimostrano che il conseguente aumento vertiginoso dei prezzi derivanti dalla privatizzazione del settore ha escluso queste popolazioni dall’accesso all’acqua, causando proteste che in alcuni casi hanno portato alla revoca della scelta di assegnare ad imprese private, o attraverso Joint Venture, il settore della distribuzione dell’acqua. Di fronte all’aumento dei prezzi, molte persone sono dovute ricorre a metodi di approvvigionamento alternativo, come i fiumi, con effetti negativi sulla loro salute. I dati di varie Organizzazioni internazionali parlano chiaro: 1,1 miliardi di persone non ha accesso all’acqua potabile; ogni 15 secondi muore un bambino di diarrea a causa dell’acqua inquinata e del mancato accesso alle cure mediche necessarie.
Case Study: la privatizzazione dell’acqua in Sud Africa Il governo del Sud Africa ha cominciato a perseguire politiche di liberalizzazione del settore idrico a partire dal 1996, sotto la spinta della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Mentre fino al 1997, la Costituzione Sudafricana considerava l’accesso all’acqua come un diritto umano, con il Service Act di quell’anno si è permesso agli interessi multinazionali privati di entrare nel settore della fornitura idrica, eliminando l’universalità di tale diritto. Compagnie multinazionali europee come la Vivendi, la SAUR, la Suez e la Biwater, in partnership con i governi locali, controllano l’offerta di acqua per un mercato che conta cinque milioni di utenti a Johannesburg ed a Città del Capo. A partire dal 1994 l’accesso complessivo ai servizi di base era aumentato, ma con l’introduzione dei costi di recupero, l’aumento delle bollette, l’applicazione della logica del profitto all’erogazione dei servizi essenziali, in un contesto di cronica disoccupazione e incremento della povertà, molti cittadini poveri non hanno più potuto godere dell’accesso all’acqua potabile. Nonostante il Governo Sudafricano abbia stabilito in 6.000 litri la quota minima di fornitura gratuita di acqua per ogni famiglia al mese, essa rimane insufficiente, causando l’aumento della morosità di moltissimi utenti poveri, ai quali viene tagliato il servizio idrico.
NAMA: L’ACCORDO SUI PRODOTTI INDUSTRIALI
Nel NAMA (Non-Agricultural Market Access) vengono negoziate le tariffe che ognuno dei 148 paesi membri del Wto può applicare all’importazione dagli altri paesi membri dei “prodotti non-agricoli”. In questa definizione rientra praticamente tutto quanto non viene considerato dal Wto come parte del negoziato sui prodotti agricoli o di quello sui servizi. In pratica, oltre ai beni e prodotti industriali, hanno una particolare importanza nel NAMA i prodotti dell’industria del legname, quelli dell’industria estrattiva e mineraria, e addirittura la pesca.
L’accordo NAMA è particolarmente importante su scala internazionale anche perché rischia di diventare l’ago della bilancia tra le richieste occidentali di liberalizzazione dei servizi e quelle dei grandi paesi del Sud del mondo che vogliono aprire il mercato agricolo del Nord. Per questo, già all’ultima conferenza ministeriale del Wto, quella di Cancun, e ancora di più in vista del summit di Hong Kong, il NAMA appare come uno dei temi chiave per l’insieme dei negoziati commerciali internazionali. I paesi sviluppati, ed in particolare l’Unione Europea, gli Usa ed il Giappone, hanno esercitato forti pressioni per una drastica riduzione del livello delle tariffe su questi prodotti industriali. In particolare, gli Usa hanno dichiarato che vorrebbero vedere le tariffe ridotte a zero al massimo entro il 2020 e proposto come base negoziale una riduzione delle tariffe ad un massimo dell’8% entro il 2010 ed a zero già nel 2015.
Per i paesi non industrializzati i negoziati NAMA sono importanti innanzitutto perché rischiano di pregiudicare per sempre le scelte future di questi in economia e sviluppo industriali . Il risultato del negoziato determinerà quanta voce in capitolo avrà un governo nazionale nel decidere la sua politica industriale, che si concretizza nella difesa dei posti di lavoro e delle risorse naturali. Per sviluppare il settore industriale occorre avere flessibilità nei dazi in modo da difendere le nuove imprese dalla concorrenza delle più forti multinazionali. Le tariffe consentono di controllare prezzi e quantità delle importazioni. Inoltre il negoziato riguarda le misure non tariffarie, cioè leggi e regolamenti che mirano a difendere la salute (prodotti non nocivi) e ad informare i consumatori (etichettature).
Perché riguarda anche noi? Con la fine del sistema delle quote d’importazione nel mercato del tessile e dell’abbigliamento, avvenuta il 1 gennaio 2005, anche in Italia ci siamo accorti dell’importanza dei dazi e di come una liberalizzazione indiscriminata non porti benefici a tutti. Il negoziato attuale ignora i problemi dei lavoratori che perdono il posto e del fatto che esiste una rilevante differenza fra i vari Stati, sul piano dei regolamenti e degli standard lavorativi e ambientali applicati.
Inoltre, all’interno del negoziato NAMA si discute anche della eliminazione di “barriere non tariffarie”, ossia di quelle regolamentazioni non-commerciali che possono essere di intralcio ad un maggior commercio internazionale dei prodotti industriali. Per i paesi come quelli europei, la cui legislazione in materia di ambiente, efficienza energetica, salute e qualità dei prodotti risulta essere superiore ad altre aree del pianeta vi può essere il rischio che il negoziato porti a rivedere al ribasso tali standard. Va ricordato, che in alcuni casi proprio l’elevamento di questi standard ha permesso di riorientare la produzione verso una maggiore qualità od efficienza – come in Italia nel caso degli elettrodomestici – consentendo un rilancio di interi comparti industriali in crisi.
Che cosa si decide ad Hong Kong? Si vuole giungere a una liberalizzazione totale, riducendo drasticamente i dazi e codificando regole forti che facciano prevalere le regole del mercato rispetto a leggi e regolamenti stabiliti da amministrazioni pubbliche a tutela dei diritti dei cittadini e dell’ambiente. In particolare, si richiede ai paesi del Sud del mondo di ridurre significativamente le loro tariffe poiché questi le hanno attualmente più elevate della media dei paesi industrializzati dal momento che questi ultimi hanno liberalizzato in anticipo i propri mercati industriali all’interno di accordi regionali pre-esistenti al regime Wto.
Che cosa chiede il Tradewatch? Vogliamo che, prima di qualunque ulteriore avanzamento dei negoziati, si proceda ad una analisi dei potenziali impatti del NAMA sullo sviluppo economico, la diversificazione industriale nei Paesi in via di sviluppo, l’ambiente ed il welfare sociale – inclusi l’occupazione, la salute e le questioni di genere. Si riconosca e si garantisca il diritto dei governi ad usare tutti gli strumenti che favoriscano lo sviluppo di economie eque e sostenibili, proteggano e promuovano l’occupazione, il welfare sociale, la salute e l’ambiente e garantiscano la partecipazione pubblica. Chiediamo che si agisca in coerenza con gli impegni presi a livello internazionale per la lotta ai cambiamenti climatici fermando qualsiasi ulteriore liberalizzazione nel commercio di prodotti petroliferi, dei gas naturali, dei metalli e dei minerali.
TRIPS: SALUTE E ALIMENTAZIONE
L’Accordo per la protezione dei diritti di proprietà intellettuale (TRIPS) costituisce un esempio illuminante di come le imprese abbiano utilizzato il forum multilaterale del WTO per difendere i propri interessi. Creare un accordo che obbligasse tutti i paesi ad adottare standard comuni per garantire il pagamento di royalties sui brevetti alle imprese, non era certo fra gli obiettivi primari dei governi impegnati nell’Uruguay Round. Prima dell’inizio dell’Uruguay Round, dei 3 milioni e mezzo di brevetti esistenti al mondo, solo l’1% era detenuto da paesi in via di sviluppo, la quasi totalità era appannaggio di imprese europee, americane e giapponesi. Il TRIPS è un accordo anomalo per il WTO perché non impone liberalizzazioni e deregolamentazioni, al contrario obbliga gli stati a difendere i brevetti e le altre forme di proprietà intellettuale.
Che cosa riguarda? Riguarda la salute perché con le sue regole ostacola la diffusione di farmaci generici, favorendo i monopoli e il mantenimento di prezzi elevati per i farmaci. Gli effetti negativi sulla salute pubblica furono ammessi dagli stessi Stati membri a Doha (Qatar) nel 2001, attraverso una dichiarazione ampiamente pubblicizzata. Da allora i paesi poveri stanno ancora attendendo un emendamento definitivo al testo dell’accordo TRIPS che concretizzi quelle dichiarazioni di principio, permettendo loro di importare farmaci generici dai paesi in grado di produrli, in caso di emergenze sanitarie. Il TRIPS riguarda anche l’alimentazione perché impone la brevettazione delle forme viventi ed obbliga a forme di protezione della proprietà intellettuale per le sementi utilizzate dai contadini. In questo modo viene minacciata la sovranità alimentare e favorita la biopirateria, cioè l’appropriazione da parte di società multinazionali di conoscenze e risorse naturali, da sempre patrimonio pubblico. Gli Stati Africani stanno conducendo una dura battaglia per ottenere, attraverso il processo di revisione dell’articolo 27.3 (b), che l’obbligo di brevettazione di forme viventi sia eliminato e che ciascun membro possa autonomamente stabilire il proprio sistema di protezione delle varietà vegetali.
Che cosa si decide ad Hong Kong? I paesi occidentali difendono lo status quo, mentre gli altri paesi chiedono un allentamento delle clausole. In particolare, rimane aperta la questione TRIPS e salute.
Che cosa chiediamo? Chiediamo che sia celermente approvato il previsto emendamento risolutivo al TRIPS nello spirito del negoziato del 2003, mettendo fine allo scandaloso gioco ostruzionistico delle multinazionali farmaceutiche, tenuto conto che dal 1 gennaio 2005 è scaduta la moratoria che consentiva a paesi come India, Cina, Tailandia e Brasile (fornitori di farmaci generici per la gran parte dei paesi meno sviluppati) di non applicare integralmente l’Accordo e di rifornire i paesi più poveri con farmaci generici. Chiediamo che sia accettata la proposta presentata dai Paesi africani del 2001, che chiede che il vincolo relativo alla brevettazione delle forme viventi sia eliminato. Riaffermiamo la nostra totale opposizione all'estensione dei diritti di proprietà intellettuale a forme viventi, siano esse umane, animali, vegetali, microorganiche, o sui loro geni, cellule ed altre parti.
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