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LA BANCA EUROPEA PER GLI INVESTIMENTI E IL PETROLIO IN VAL D’AGRI

Febbraio 2002

Nel gennaio del 2001 la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) dichiarava che per l’anno 2000 aveva accresciuto del 139% rispetto all'anno prima i suoi prestiti all'Italia. Di questo incremento 1.270 milioni di euro erano stati destinati allo sviluppo del settore energetico e alle telecomunicazioni (facendo crescere questo settore dell'88% rispetto all'anno precedente e attestandolo al 22% dell'ammontare totale dei prestiti per il 2000), 2.131 milioni di euro all'industria (che rappresentava il 38%), e 2.239 milioni di euro erano infine i prestiti per le infrastrutture (il 40%). Nel 2000 è arrivata anche l'ultima tranche di finanziamento per il progetto di estrazione e trasporto del petrolio in VaI d' Agri, in Basilicata, nel sud dell'Italia, con un prestito di 200 milioni di Euro. Questo prestito è stato elargito assieme ad un altro per la modernizzazione della rete elettrica dell'ENEL (Ente nazionale energia elettrica) nell'Italia centrale e del sud per un totale di 500 milioni di Euro.

Il primo prestito della BEI per il petrolio della VaI d' Agri risale però al 1996. Da quell'anno i prestiti totali per questo progetto sono stati quattro per un totale di 607,4 milioni di Euro.

Il progetto della Val d’Agri è un caso simbolo degli elevati impatti ambientali e sociali associati all’attuale politica di prestiti della BEI. Infatti, gli elevati impatti ambientali del progetto non sono mai stati identificati e monitorati adeguatamente; numerose sono le violazioni alla normativa italiana e comunitaria di tutela dell’ambiente - in particolare di montagna e delle aree protette - compiute dalle società che possiedono le licenze di estrazione e svolgono i lavori; forte ed inascoltata è stata l’opposizione delle popolazioni lucane al controverso progetto; molto ridotto è il numero dei benefici che il progetto porterà alla regione in paragone agli svantaggi per i cittadini – in particolare sulla salute - e alla distruzione dell’ambiente. Un tale progetto non può considerarsi sostenibile né orientato all’attuazione degli obiettivi stabiliti dalle convenzioni internazionali di tutela dell’ambiente a livello ONU, quali la Convenzione Quadro sui Mutamenti Climatici ed il suo Protocollo attuativo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni, e dalle normative comunitarie in materia ambientale.

Il progetto in VaI d' Agri non smentisce infatti la tendenza globale a concedere prestiti per fonti non sostenibili. Secondo i dati raccolti dai rapporti annuali della BEI dal 1996 al 2000 per quel che riguarda i prestiti per progetti ad alta intensità energetica abbiamo rilevato che questa banca ha finanziato lo sviluppo del settore energetico in Italia promovendo l' avvio di tecnologie che utilizzano i combustibili fossili per il 37,5% dei prestiti, attraverso prestiti a agenzie nazionali e compagnie energetiche private quali l’ENI e l’Agip,  e, quindi, sono destinati ad aumentare le emissioni di gas serra responsabili dell’aumento del riscaldamento del pianeta e quindi dei cambiamenti climatici. Allo stesso tempo il supporto a quel settore del mercato che produce o utilizza energia derivante da fonti rinnovabili ed alternative non ha visto un incremento significativo, così come era invece da sperare per il bene del clima del pianeta, attestandosi allo 1,8% (vedi annesso).

È da rilevare infatti un dato interessante: secondo i rapporti annuali della stessa BEI dal 1996 ben 2.369,7 milioni di Euro (di cui più di un quarto sono andati in VaI d' Agri), sono stati spesi in Italia per l'incremento di produzione di energia proveniente da fonti non rinnovabili quali il petrolio e il gas naturale mentre solo 237 milioni sono stati spesi per la produzione da fonti rinnovabili quali l'idroelettrico e l'energia eolica.

Desta inoltre preoccupazione il fatto che siano stati finanziati progetti multi-carburanti come quello per esempio, dell'impianto di Brindisi nel 1996,con 285 milioni di euro, che non escludono l'utilizzo di carbone fossile o addirittura dei miscele più inquinanti come l'orimulsion.

Inoltre l'espansione della rete di rifornimento del gas metano, che ha ricevuto 165 milioni di euro tra il 1996 e il 2000, non è stata accompagnata da prestiti complementari per la gestione della domanda che mirassero alla riduzione degli sprechi,in linea con gli obiettivi di Kyoto. A fronte di una domanda di energia sempre crescente in Italia negli ultimi anni è importante infatti passare all’utilizzo di fonti di energia meno inquinanti come il gas metano, rispetto al carbone o all'olio combustibile,  solo se vengono messe in atto misure complementari per la riduzione delle emissioni globali. Ancora ne120011'ENEL Produzione ha ricevuto dalla BEI un finanziamento di 500 milioni di euro per il rinnovamento di un esistente impianto a carbone della capacità netta di 4.4 GW con l'obiettivo specifico di "migliorare l'efficienza energetica e la capacità di generazione e di ridurre le emissioni atmosferiche specifiche".

Il prestito della BEI per il petrolio in Val d' Agri

Dopo aver già finanziato in due riprese le attività di ricerca del petrolio in alcune valli della Basilicata, il primo dicembre del 1999 la BEI annunciava ufficialmente in un comunicato stampa (PM 1999/047) l' elargizione di un prestito di 200 milioni di Euro a Enterprise Oil Italiana SpA, società collegata all' Agip, per lo sviluppo di due campi di estrazione del petrolio in questa regione dell’ Italia del sud.

Nel comunicato, unico documento mai pubblicato dalla BEI su questo prestito nel corso di sette anni2 , si legge: "il finanziamento supporterà lo sviluppo di due grandi campi di petrolio onshore localizzati nelle montagne degli Appennini del sud nell'area della Val d' Agri. Separatamente un nuovo oleodotto di 150 km sarà costruito (dal centro olii) fino a Taranto. L 'implementazione del progetto tiene in piena considerazione le caratteristiche di queste aree ambientalmente sensibili.".

Il finanziamento della BEI copre due concessioni (Grumento Nova e Volturino), nelle quali l'ENI e Enterprise Oil hanno rispettivamente la partecipazione di 71% e 29%, e di 45% e 55%) e, l'accrescimento del centro olii, denominato "Monte Alpi" adibito alla trasformazione del grezzo per portarlo da una produzione di 7,000 barili al giorno (b/d) del 1996 agli oltre 100,000, di volta in volta che nuovi pozzi vengono aperti (questa cifra revisionale è stata ad oggi abbondantemente superata).

Secondo la BEI questo livello di produzione avrebbe raddoppiato l'attuale produzione italiana e soddisfatto il 6% della domanda interna di petrolio (oggi si parla dell' 11 %). Sempre secondo la BEI il completamento dei lavori sarebbe avvenuto nel 2002 mentre la produzione di petrolio sarebbe durata fino al 2004 (oggi si prevede una produzione fino al 2022). Le operazioni in tutta la VaI d' Agri avrebbero richiesto il lavoro di circa 70 persone al centro oli e altre 75 per operazioni ingegneristiche e attività di supporto.

Il petrolio in Basilicata: cifre che inducono dubbi

Tutto comincia nel 1902 quando si scopre il primo giacimento, a Viggiano, nella VaI d' Agri. Le prime perforazioni avvengono negli anni ‘40 e ‘50 ma è solo nel 1984 che in una valle circostante viene aperto il primo pozzo dall'Agip. In quegli anni però nessuno ha mai informato i cittadini residenti e la regione che i pozzi cominciano a perforarsi in alta montagna, tra boschi incontaminati esiti protetti. Nella stessa area che viene indicata tra le aree italiane protette con la legge 394 del 1991 e sulle quali è stato istituito il parco nazionale della VaI d' Agri - Lagonegrese.

Oggi la Basilicata è la regione italiana con maggiore numero di permessi di ricerca (23) e concessioni di coltivazioni di idrocarburi (27) e 702,536 ettari del territorio lucano, pari al 70% dell'intera regione sono interessati dalle attività di esplorazione e coltivazione di idrocarburi. Nella sola Val d' Agri sono stati concessi 15 permessi di ricerca e 6 concessioni di coltivazione di cui tre in alta montagna. L 'area si avvia a diventare la prima in Europa continentale per la produzione di idrocarburi. Alcune stime parlano dell'ottava in assoluto al livello mondiale.

Sono all'incirca 100.000 gli ettari individuati nel comprensorio di 23 comuni. Il progetto è però molto più ampio dal momento che comprende altri bacini di idrocarburi in alcuni dei quali sono state svolte le perforazioni: Camastra -Alto Sauro e Picerno - Melandro. Altre stime prevedono un ammontare totale di circa 15 volte superiore alle valutazioni ufficiali.

Anche la capacità di trasporto dell'oleodotto in costruzione - circa 150.00 barili al giorno - fa prevedere una produzione ben superiore a quella dichiarata ad oggi, anche calcolato l'incremento proveniente dalle altre concessioni della regione.

Desta preoccupazione il fatto che non è stata svolta una "valutazione ambientale strategica" di carattere cumulativo e regionale così come previsto dalle direttive UE.

Secondo le informazioni contenute nella risposta del 6 aprile 2001 del Ministero dell'Industria ad un interrogazione parlamentare del 1997, attualmente sono stati perforati già 22 pozzi di cui 4 sono già in produzione, mediante collegamento all’esistente Centro Olii di Viaggiano da cui il greggio viene inviato mediante autobotti alla raffineria di Taranto.

Sempre nello stesso documento è riportato che è anche prevista la perforazione di altri 26 pozzi. I documenti del governo italiano parlano poi di altri 15 pozzi esplorativi di cui invece non si era mai parlato in precedenza. Le organizzazioni ambientaliste locali sostengono che si tratta di perforazioni che non ricadono dentro gli accordi con la regione e che inoltre non hanno ricevuto una valutazione d 'impatto globale a livello regionale come invece sarebbe necessario. Infatti, nell' area Val Camastra -Valle del Sauro (il cui giacimento di petrolio viene stimato da fonti ufficiali in 400-500 milioni di barili) da anni si esplora, si perfora e si estrae, ma non è mai stato stipulato alcun accordo tra Eni e Regione come, invece, è avvenuto per l' attività in VaI d' Agri.

Chi riceve e chi guadagna ?

Il progetto della Basilicata è condotto principalmente dall'ENI-Agip (dal 1998 è operativa la fusione nell'ENI holding della controllata Agip SpA) e dall'Enterprise Oil Italiana S.p.A. tramite una joint-venture con 1 'ENI , anche se sono presenti anche Total-Fina, Texaco, Lasmo e altri.

L 'ENI ha in concessione 4 aree (3 a detta del Ministero dell'Industria in una risposta ad un interrogazione del 6 aprile 2001) il cui sviluppo porterebbe ad un totale di produzione di petrolio pari a circa 4,5 milioni di tonn. l'anno, di poco inferiore all'attuale produzione del resto d'Italia.

A fronte di queste cifre si otterrebbe, in circa 20 anni, una produzione di petrolio pari a circa 405 milioni di barili e 15 miliardi di metri cubi di gas. Secondo calcoli recenti in termini di cifre questo significa considerato il prezzo del barile di 15 $ un totale di 9.330 milioni di dollari in 25 anni.

Gli accordi tra Eni e Regione

Gli impegni assunti dalla Regione Basilicata con il Protocollo d'intesa del 18.11.1998 sono stati adempiuti con una tempestività incredibile per un ente pubblico; non altrettanto può dirsi per gli impegni assunti dall'Eni che, allo stato attuale, risulta quasi totalmente inadempiente.

Secondo l'art. 3 del citato protocollo d'intesa, a partire dal 1999 l'Eni avrebbe dovuto corrispondere alla Regione Basilicata 11 miliardi all' anno per dieci anni, per la realizzazione di progetti finalizzati alla compensazione ambientale.

Inoltre, l'Eni si è impegnata a concorrere con 4 miliardi all'anno, ai costi per programmi regionali di sviluppo sostenibile, relativamente alle zone interessate all' attività petrolifera.

E ancora, è stata prevista, con spese a carico dell'Eni sino al 10 miliardi, la realizzazione di un sistema di monitoraggio ambientale entro dicembre 2000 ed un contributo annuo, per la gestione del sistema, di 6 miliardi per quindici anni.

Sempre secondo il protocollo d'intesa, l'Eni dovrebbe contribuire, per un importo massimo di 50 miliardi, alla realizzazione del programma regionale di completamento della metanizzazione. Ebbene, 1 'Eni non ha onorato nessuno di questi impegni, così come non è stata costituita la società energetica regionale e la società regionale di sviluppo.

Altro tema oggetto di discussioni e di conflitti, nonché di gravi ritardi, è quello delle royalties. L 'ENI dovrà versare, in una o più tranches, parte delle royalties relative a queste concessioni per un ammontare stimato di 200 miliardi di lire per il periodo di sfruttamento, recita il protocollo d'intesa. Il documento del Ministero dell'Industria sopra citato fa invece il calcolo totale e arriva a concludere che questa cifra sarà di 1200 miliardi di lire per i 20 anni di produzione. Di cui 1'85% andrebbero alla Basilicata e il restante 15% ai comuni nella cui giurisdizione ricade il centro olii.

Circa questa questione innanzitutto non è chiaro né l'ammontare delle royalties né se queste verranno corrisposte per un periodo fisso aventi anni oppure per un periodo variabile a seconda delle modalità di estrazione. Verranno quindi corrisposte fino a12004? O per venti anni? Ad iniziare da quando? Fino a quando il petrolio non si esaurirà?

In secondo luogo è da precisare che il primo pozzo è stato scavato nel 1984 e che dal 1991 l'ENI estrae il petrolio. Nel calcolo delle royalties non è stato però preso in considerazione questo periodo di ricerca precedente che pure ha avuto un forte impatto sul territorio. Alla regione, lo stato italiano e 1 'ENI non hanno ancora iniziato a versare il dovuto e sembra che le royalties non inizieranno a decorrere se non dal momento dello sfruttamento intensivo dei pozzi. Lo stesso discorso vale per la messa in funzione dell'oleodotto per il quale invece si stanno effettuando decisivi interventi sull'ambiente circostante già a partire da quest'anno.

Un altro forte dubbio lo solleva inoltre il prestito di 500 milioni di euro elargito dalla EIB all'ENEL per lo sviluppo di quel progetto di ripristino della rete elettrica che sarebbe stato invece incluso nei soldi di contropartita che 1'ENI "regalava" alla regione.

Anche la compensazione per 1 'utilizzo di materie prime della regione Basilicata che sarebbe di competenza dell'ENI viene quindi fatta slittare sulla EIB che in questo modo copre anche gli oneri spettanti all'ENI per l'accaparramento dei profitti del petrolio.

Per la Val Calastra e la Valle del Sauro invece (quelle escluse dalla valutazione d'impatto ambientale) solo recentemente si comincia a parlare di un accordo di programma collegato al progetto "Trend 2", ma non vi è dubbio che agli enormi profitti sin d' ora realizzati da Eni ed altre compagnie, per le popolazioni ed i territori interessati non vi è stata alcuna contropartita, ne in termini economici ne in termini di sicurezza e di tutela ambientale. E tutto il greggio che per anni è stato e viene ancora trasportato a Taranto per mezzo di autocisterne, sfugge ad ogni controllo sulla produzione ai fini, quanto meno, del calcolo delle royalties da corrispondere allo Stato e, quindi, alla Regione.

Secondo una denuncia dell'associazione S.O.S. Lucania, per i 18 mesi durante i quali è stato operativo 1 'L.P.T (Long Production Test) nel territorio di Calvello (Val Camastra), ogni notte, tranne il sabato e la domenica, è stata trasportata alla raffineria di Taranto da 30-40 autocisterne una quantità di greggio il cui valore è stato stimato in un miliardo di lire al giorno.

Inoltre all’inizio del 2002 Eni ha venduto a Total-Fina i diritti di sfruttamento relativi al giacimento Tempa Rossa, nella Valle del Sauro (420 milioni di barili) e nel marzo 2002 la Shell ha acquisito il controllo di Enterprise Oil. Dunque, la situazione della titolarità delle concessioni è oggi abbastanza confusa e le organizzazioni locali si interrogano sull'adempimento degli impegni assunti soprattutto da Eni con gli accordi di programma ed i protocolli d'intesa. In altre parole, sono cambiati i protagonisti: rispetteranno gli accordi i nuovi interlocutori?

Il parco nazionale non viene istituito per far spazio al petrolio

Anche dal punto di vista ambientale il progetto d'estrazione del petrolio in Val d' Agri suscita notevoli dubbi.

La storia del Parco Nazionale della Val d' Agri e Lagonegrese è strettamente connessa e condizionata dalle esigenze di ricerca e di coltivazione delle compagnie petrolifere. Pur essendo stato istituito nel 1998, il Parco non è mai stato perimetrato per la determinante ragione che perimetrazione significa anche e soprattutto adozione immediata delle norme di salvaguardia, che avrebbero creato grossi ostacoli e ritardi all'Eni ed alle altre compagnie.

Man mano che i petrolieri estendono l'area dell'attività, grazie anche a continue varianti ai progetti originari, i confini del parco vengono mutati in modo tale da escludere dalla superficie protetta aree di straordinaria bellezza e valenza ambientale e naturalistica, all'interno delle quali, però, secondo programmi tutt' ora sconosciuti alle popolazioni locali, sono previsti insediamenti petroliferi.

Dalle notizie giornalistiche sembra che l' odissea del parco stia per terminare e che il consiglio regionale lucano stia per approvare la perimetrazione da inviare al ministero per l' ambiente. Ma sarà un parco più piccolo e, soprattutto, un parco dai confini illogici ed irrazionali che, anziché rispondere ad esigenze di carattere ambientale, risponde ad esigenze di carattere industriale. Il Parco Nazionale della Val d' Agri e Lagonegrese sarà famoso per essere, forse, l'unico parco al cui interno sarà possibile vedere impianti per l' estrazione del petrolio e l' oleodotto che trasporta il greggio a Taranto.

La storia del parco è una storia di schizofrenie politiche e amministrative. Basta porre mente al fatto che i governi che si sono succeduti da un lato hanno istituito, nel 1998, il Parco Nazionale della Val d' Agri e Lagonegrese e, dall'altro lato, il Ministero dell'Industria autorizzava l'ENI ad aprire nuovi pozzi e ad eseguire le prospezioni geofisiche con il metodo sismico a riflessione in tutta l'area del futuro parco, indagini che inevitabilmente preludono all' apertura di un gran numero di pozzi.

Al momento attuale le organizzazioni locali che hanno denunciato le violazioni dicono che il parco avrà al suo interno tutte le attività industriali collegate con l' estrazione del petrolio, compreso l'imponente oleodotto che, dovendo collegare tutti i pozzi previsti, percorrerà vaste aree del parco. La presenza di pozzi ad altitudini di oltre mille metri potrebbe alterare l' equilibrio idrografico minacciando le falde acquifere e lo stesso fiume Agri che rifornisce l' acquedotto pugliese con ingenti danni all'agricoltura.

Nel parco della Val d' Agri e nell'area dove sono iniziate le prospezioni sono presenti inoltre alcuni cosiddetti Siti d'Importanza Comunitaria (SIC), che sono stati individuati dalle direttive 92/43 e 79/409 della Comunità Europea. Tra di essi: Abetina di Laurenzana, Bosco di Rifreddo, Faggeta di Monte Pierfaone, Serra di Calvello, Monte Volturino.

Secondo l'art.10 dell trattato CE di istituzione dei SIC "gli stati membri devono adottare tutte le misure di carattere generale e particolare atte ad assicurare l' esecuzione degli obblighi derivanti dal trattato". In particolare, da una direttiva del ministero dell'ambiente del gennaio 2000, si deduce come esistano ormai una serie di precedenti della Corte di Giustizia Europea secondo i quali la Commissione può attivare procedure d'infrazione contro lo stato membro che adotti un comportamento contraddittorio, ovvero che proponga delle aree come SIC, in questo modo riconoscendone la valenza naturalistica, e contemporaneamente consenta in esse attività che possono danneggiare o compromettere tale valenza. La Corte di giustizia Europea non si è però finora mai pronunciata sui casi dei SIC della VaI d' Agri che subiscono gli impatti ambientali della ricerca degli idrocarburi.

Le indagini geosismiche: un caso di palese illegalità

Nel luglio del 1999 l'ENI ha iniziato le indagini geosismiche, interessando il territorio di 12 comuni, tramite società collegate come la RIG s.r.l., successivamente la Schlumberger S.p.A., infine la Geco s.r.l., mediante la realizzazione di perforazioni sul terreno fino a 30 mt. di profondità, dove vengono fatte brillare cariche di ca. 20-25 Kg di materiale esplosivo al fine di registrare le onde d'urto e verificare la presenza di petrolio.

Gli addetti di queste società contrattiste dell'Eni, molto spesso utilizzando pesanti automezzi e trattori, hanno divelto e danneggiato recinzioni ed hanno invaso ed attraversato campi, vigneti, boschi, sia pubblici che privati, spesso tagliando alberi, aprendo piste e passaggi; utilizzando grosse trivelle hanno perforato tutto il territorio e fatto brillare migliaia di cariche esplosive.

In diverse occasioni, queste società hanno fatto uso di elicotteri che, in aperta violazione della legge, hanno più volte sorvolato centri abitati con enormi carichi sospesi.

Queste attività di indagine hanno avuto inizio tra la fine di maggio egli inizi di giugno del 1999, vale adire ancora prima che l'Eni ottenesse il prescritto e necessario nulla osta U.N.M.I.G. ed il decreto prefettizio per l' accesso ai fondi pubblici e privati che sono stati concessi alcuni mesi dopo l'inizio delle indagini.

Altro esempio di disprezzo per le leggi va individuato nella inosservanza delle prescrizioni contenute dal citato decreto prefettizio (n. 569/1 Sett. del 23.8.1999), nella parte in cui alle società di ricerca si impone la scrupolosa osservanza, pena la revoca del decreto stesso, delle procedure che disciplinano le modalità di accesso alla proprietà privata.Le disposizioni della legge e del Prefetto sono state completamente ignorate ed i cittadini, ai quali non è stato notificato alcun atto amministrativo avverso il quale eventualmente ricorrere, si sono trovati privi di qualsiasi tutela giuridica, con ciò concretandosi anche la violazione dell'art. 42 della Costituzione Italiana.

E, intanto, molti cittadini e comuni aspettano il risarcimento dei danni subiti per effetto di comportamenti illegittimi ed illeciti da parte di dipendenti di società sulle quali vengono sollevati seri e fondati dubbi circa la loro solvibilità e regolarità.

Vale la pena spendere qualche parola su queste società di ricerca e di indagini perchè può servire a fare luce sul sistema delle relazioni dell'Eni con soggetti dalla strane trasformazioni societarie.

La R.I.G., che inizia le attività di prospezioni geosismiche per conto dell'Eni, è una società a responsabilità limitata che si estingue il 23.12.1999 per la fusione nella SpA Schlumberger Italiana. Sarà una coincidenza, ma negli ultimi mesi del 1999, sono numerose le denunce alle autorità amministrative e giudiziarie di cittadini e associazioni contro i comportamenti illegittimi della RIG.

A dicembre 2000, nasce la GECO Italiana s.r.l. (capitale sociale 26.000.000) che rileva il ramo indagini petrolifere della Schlumberger Italiana. Amministratore unico della GECO è Quilter Paul James, cittadino inglese che risulta essere anche socio della Schlumberger. Unico socio della GECO è la stessa Schlumberger .

Tutte e tre le società hanno la stessa sede legale ed operativa, tutte e tre lo stesso direttore tecnico, tutte e tre gli stessi dipendenti.

Altro particolare da tener presente è che l'Ufficiale Giudiziario incaricato di notificare un atto giudiziario alla RIG, nella sede legale di quest'ultima non ha trovato nessun dipendente che si ricevesse l'atto, anzi, il destinatario è risultato "sconosciuto".

Infine, è di questi giorni la notizia che la GECO s.r.l. ha messo in mobilità tutti i suoi dipendenti (originari dipendenti della RIG) e si appresta a cessare l'attività.

Il modo con cui queste attività sono state svolte, peraltro senza la previa valutazione d'impatto ambientale, in contrasto con la legge regionale 47/98, sono state più volte denunciate dalle organizzazioni ambientaliste locali e dai privati senza alcun esito. I cittadini non sono poi stati informati di ciò che veniva svolto nei luoghi in cui vivevano, ne degli eventuali effetti sull 'uomo e sull'ambiente delle migliaia di esplosioni sotterranee. In molti casi i pozzi si sono prosciugati, le case si sono lesionate e sono state avvertite forti scosse sismiche simili a quelle di un terremoto. La zona è idrogeologicamente a rischio e sismicamente instabile. Vi sono inoltre due grandi dighe, la Camastra e il Pertusillo che danno acqua a molta parte della Basilicata e alla Puglia. Alcune esplosioni sono state fatte nei letti dei fiumi e nelle sorgenti.

Non sono stati nemmeno risparmiati i cinque Siti d'Importanza Comunitaria nei quali sarebbe invece obbligatoria una "valutazione d'incidenza degli interventi segnalati di prospezione geognostica sulle condizioni originarie dell' habitat" secondo un decreto del presidente della repubblica Italiana del settembre 1997 (DPR 8.9.97).

Il tipo di indagini geosismiche sembra essere finalizzato all'apertura di molti più pozzi di quelli previsti, il che lascia supporre che non verrà sfruttato per intero il giacimento. Sono infatti definite in linguaggio tecnico come "estrazioni da rapina": il petrolio viene estratto molto velocemente, con la conseguenza che non si darà possibilità al terreno di assestarsi.

Le VIA non sono state effettuate in tempo e in maniera adeguata

Al contrario di quanto afferma la BEI che in accordo con l' Annesso II della direttiva CE 85/337 per il quale una valutazione d'impatto ambientale (VIA) formale è richiesta dalla legislazione italiana tale valutazione non è stata affatto adeguata per il progetto della Val d'Agri e soprattutto non è avvenuta prima della decisione del prestito. Infatti per le ricerche geosismiche e per le prospezioni effettuate dal 1996 e per l' avvio dell'attività della maggior parte dei pozzi, non è stata svolta la procedura per la Valutazione d'Impatto Ambientale. La giustificazione - assolutamente inconsistente sotto il profilo giuridico – da parte del governo era che i decreti concessori da parte del MICA erano di data anteriore all'entrata in vigore della Legge Regionale che ne prevedeva l'obbligatorietà. La Regione Basilicata ha deciso di accogliere l’interpretazione sulla obbligatorietà dalla VIA anche alle indagini geosismiche solo dopo che le indagini si sono concluse.

Recentemente sono state approvate le valutazioni per i pozzi attivi ma esse non contengono una valutazione del rischio sismico, non solo per le valli ma anche per tutto il territorio attraversato dall'oleodotto fino alla raffineria di Taranto. Inoltre – e sempre in contraddizione con le affermazioni della BEI contenute sul suo sito internet - non è stato preparato un piano di sicurezza o di evacuazione per i cittadini in caso di fuoriuscite di petrolio. O almeno, se è stato preparato, non è stato reso pubblico e la gente, in caso di incidente, non è preparata a reagire adeguatamente. Esiste una società che ha il compito di intervenire in caso di incidente ambientale. La società è dell'Eni e in molte occasioni non è intervenuta o è intervenuta in ritardo. In alcuni casi, dopo anni, ancora i siti risultano inquinati.

Ad aggravare la situazione c'è il fatto che le popolazioni locali mettono in evidenza la necessità di una valutazione d'impatto ambientale strategica, a carattere complessivo, cumulativo e regionale, tenuto conto che il 70% della regione è interessata dalla ricerca idrocarburi.

Secondo il Ministero dell'industria sono stati già emanati invece 4 decreti da parte del ministero dell'ambiente con i quali è stato espresso "giudizio positivo per le opere previste nel progetto di sviluppo sopra esposto, fatta eccezione per la costruzione dell' oleodotto, per il quale il giudizio di compatibilità ambientale spetta per competenza alla regione territorialmente interessata".

La BEI dichiara, sul suo sito web,  che: “dopo importanti consultazioni (circa 2,5 anni)…. "VIA formali per lo sviluppo delle concessioni, la costruzione del centro olii e l'oleodotto e un piano di gestione Ambientale (EMP) sono stati preparati dall'ENI e sottoposti a consultazione pubblica e alla revisione da parte dellle autorità regionali e il ministro dell'ambiente"

“Ma quali pubbliche consultazioni? La gente qui ancora non sa ancora che cosa l'Eni intende realizzare sul territorio. La totale incertezza e la mancanza di informazione impedisce qualunque tipo di programmazione individuale circa la possibilità di piccole iniziative imprenditoriali. Non sappiamo con chi l'Eni abbia avuto la consultazione pubblica. Certamente non con la gente, probabilmente con gli stessi amministratori regionali e locali che hanno avuto un forte sostegno nelle campagne elettorali dai petrolieri.” Dichiara un rappresentante di SOS Lucania, associazione che da anni cerca di far luce sugli interessi dietro al progetto Val d’Agri.

Un progetto a scapito di chi vive in Val d'Agri e nelle valli circostanti

Uno dei motivi principali che la BEI presenta per giustificare questo investimento nel sud d 'Italia nel settore degli idrocarburi è stata da sempre la creazione di posti di lavoro. In realtà da una breve lettura delle cifre riportate dalla stessa BEI e dal Ministero dell'Industria risulta chiaro che non sarà così. L' occupazione diretta nella regione a seguito di tali investimenti sarebbe di circa 90 unità, di cui la metà già tecnici dell' Agip di provenienza extra-regionale. L' occupazione indiretta, sempre secondo l'Agip, poterebbe altri 1000 posti di lavoro per l'ampliamento del centro Olii di Viaggiano, la costruzione dell' oleodotto fino a Taranto e la preparazione di ulteriori postazioni di perforazione. In primo luogo le cifre sono irrisorie e in secondo luogo il tipo di manodopera richiesta sarà altamente specializzato.

L 'ENI ha pianificato per il progetto di sviluppo in VaI d' Agri investimenti di 3.200 miliardi, di questi nel 1998 ne erano già stati spesi 1.200. Tali investimenti avrebbero dovuto provocare un effetto sull'economia nazionale (con una domanda di forniture sul mercato) di oltre 3.000 miliardi. Quindi, nel caso dell'occupazione diretta si creerebbe un posto di lavoro ogni 27 miliardi di investimenti. Un po' poco soprattutto se comparato agli altri settori di sviluppo.

Greenpeace Italia affermava nel 1998 che il solo parco sarebbe stato in grado di creare più posti di lavoro del petrolio con ulteriori possibilità di impiego nel settore turistico e naturalistico.

Come abbiamo visto sopra non sono state svolte le necessarie valutazioni d'impatto ambientale e ora che 4 pozzi sono in attività si iniziano a manifestare i primi dubbi sull'impatto delle operazioni di ricerca e di estrazione sulla salute di coloro che vivono nelle vicinanze dei pozzi. A dispetto del fatto che l' Agip non ha previsto compensazioni ne misure di tutela per la salute, i pozzi, anche quelli ancora solo perforati ma non attivi, emettono delle emissioni di idrogeno solforato molto nocive per la salute, come anche avvertito da numerosi cartelli posti sulle recinzioni delle piattaforme.

Tra gli altri problemi connessi al progetto è da rivelare inoltre l' elevato numero di incidenti che si verificano sulle vie di trasporto del petrolio. L 'anno scorso ne sono avvenuti molti, anche con vittime, ma non è stato messo in atto, perché non previsto, nessun piano di ripristino ambientale e di sicurezza in caso di incidenti.

Inoltre, cosa ancora più grave, continua a rimanere sulla carta il programma di sicurezza e di monitoraggio dell'ambiente.

Ultimo incidente, in ordine di tempo, si è verificato il 16 marzo 2002 a Viggiano, ma la notizia si è saputa solo alcuni giorni dopo e solo grazie all'attenta vigilanza di associazioni e comitati cittadini che, qualche volta, riescono a superare e ad aggirare lo stretto cordone quasi militare intorno alle aree del petrolio.

Si è trattato, secondo il consigliere regionale Dino Collazzo, del "più rilevante sinistro nella storia delle estrazioni petrolifere in Basilicata" (Nuova Basilicata del 30.3.2002). Una notevole quantità di greggio è fuoriuscita dal centro oli di Viggiano andando a finire in una vasca di depurazione del Consorzio di Bonifica, con il rischio di inquinare gravemente la diga del Pertusillo, uno dei più grandi invasi dell'Italia Meridionale.

Anche nel caso di quest'ultimo incidente si è ripetuto l'irresponsabile atteggiamento dell'Eni che, prima, ha cercato di tenere segreta la notizia omettendo di avvisare gli organismi di controllo regionali e statali e, dopo, una volta venuto alla luce l'incidente, ne ha minimizzato la portata, in questo aiutata- come è sempre accaduto - dal Tg3 regionale. Sembra che dopo gli ultimi eventi di Viggiano qualcosa si sia mosso perché ormai sono diversi i consiglieri regionali che cominciano a chiedere "il blocco delle estrazioni" in Val d' Agri.

Conclusioni

Al di la’ delle carenze con le quali il progetto di estrazione e trasporto del petrolio in Val d’Agri è stato avviato con il prestito della BEI  (mancanza di VIA per le indagini geosismiche e le perforazioni, mancanza di consultazioni con la società civile, mancanza di una VIA strategica, cumulativa e regionale etc.) sembra ormai evidente che anche per quel che riguarda l’implementazione degli impegni assunti da Eni, negli accordi con la regione e col governo, questi sono rimasti all'80% inadempiuti.

Inoltre anche sulla questione della compensazione ambientale è necessario ormai fare chiarezza.

Compensare significa riparare, ripristinare in forma economica un danno che non può essere ripristinato in natura. E' quindi passato il principio che "ho diritto di distruggere poiché poi pago” , un principio che viola le stesse normative comunitarie che prevedono una valutazione attenta dello “stato di fatto” dell’ecosistema e dell’economia locale che si sarebbe perduta (per capire com'erano prima dell'intervento dell'Eni e come sono adesso o come saranno domani), e anche della cosiddetta opzione zero (senza progetto) e il coinvolgimento nelle decisioni di coloro che subiranno gli impatti del progetto.