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CAMPAGNA
CONTRO IL COINVOLGIMENTO DELLA BNL NEL PROGETTO DI OLEODUCTO DE CRUDOS PESADOS
IN ECUADOR Clicca QUI per avere informazioni sul documentario I DARDI INVISIBILI, realizzato da Diego Marras e Jaroslava Colajacomo nel 2002 sulla rotta dell'OCP. LA
CAMPAGNA CONTRO L’OCP IN ITALIA – CHE COSA E’ SUCCESSO Ultimo
aggiornamento 12 NOVEMBRE 2004 La
Campagna contro l’OCP ha il suo lancio
in Italia nel gennaio 2002
, mentre a livello internazionale è stata
presentata a Porto Alegre, sempre nel gennaio 2002. Promuovono la Campagna
contro L’OCP le seguenti realtà: Amici
della Terra, ATTAC,
Campagna per la riforma della Banca Mondiale, Carta,
Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Comitato Internazionalista
U’wa, CRIC-Centro Regionale d’Intervento per la Cooperazione,
DeA-Associazione Donne e Ambiente, Federazione Verdi Italiani, Greenpeace,
Legambiente, Terra Nuova, Ya Basta.
Molto
numerose sono le altre organizzazioni ed associazioni che aderiscono alla
campagna e che ne sostengono le iniziative. Uno
dei primi passi compiuti dalla Campagna è stato l’invio di una lettera
al Presidente della BNL Abete per chiedere delucidazioni sulla partecipazione
della BNL al finanziamento del progetto e per sapere se realmente il consorzio
OCP rispetta le linee guida della Banca mondiale – per approfondimenti leggi
la scheda del Nuovo Modello di Sviluppo sulla BNL
. In merito al coinvolgimento della BNL nel progetto, va segnalata l’immediata mobilitazione dei sindacati BNL, che in merito hanno preso una posizione molto vicina a quella della Campagna contro l’OCP. La dirigenza della BNL, in risposta alla prima lettera della Campagna, ha ribadito le sue intenzioni di procedere con il finanziamento ed ha continuato a sostenere la totale fattibilità del progetto. Proprio per confutare queste tesi la Campagna contro l’OCP ha inviato al Presidente Abete una seconda lettera ed ha organizzato in occasione della riunione annuale degli azionisti, tenutasi il 30 aprile, un sit in di protesta. Durante il sit in sono stati consegnati agli azionisti un appello contro la costruzione dell’oleodotto ed un volantino informativo. Nelle settimane successive si sono tenuti invece dei volantinaggi rivolti ai dipendenti ed ai correntisti davanti a filiali della BNL in più di 30 città italiane. Ma
l’attenzione si è focalizzata anche sull’ENI, che fa parte del consorzio
OCP con l’Agip. E’ per questa ragione che il 30 maggio, data fissata per la
riunione annuale degli azionisti ENI, si è tenuto un nuovo sit in davanti alla
sede della società petrolifera italiana. Proprio per monitorare il comportamento
dell’ENI in progetti come l’OCP, ma non solo, è nato l’Osservatorio ENI,
di cui fanno parte molte organizzazioni che promuovo la Campagna contro l’OCP
e che in occasione dell’azione del 30 maggio è stato presentato alla stampa. Prima
dell’estate la Campagna OCP ha organizzato una carovana, a cui hanno preso
parte anche parlamentari e giornalisti, sulla rotta dell’oleodotto, oltre che
in Colombia. Lo scopo era raccogliere dati, informazioni e prove dei devastanti
impatti socio-ambientali provocati dall’OCP. Già in precedenza CRBM, insieme
a Greenpeace Germany, aveva svolto una missione sul campo. Ma
prima della pausa estiva anche i sindacati BNL, FISAC CGIL, FIBA-CISL, UILca e
FABI, continuavano la propria attività, avendo un primo incontro con la
dirigenza BNL proprio in merito al progetto – clicca QUI
per leggere il comunicato redatto al proposito. Le novità significative di inizio settembre hanno riguardato la missione di Robert Goodland sulla rotta dell’OCP, conclusasi a fine agosto. Goodland è stato per anni il massimo esperto ambientale della Banca mondiale, contribuendo in maniera decisiva alla stesura delle linee guida socio-ambientali della stessa Banca. Il rapporto finale compilato da Goodland non fa che sostenere totalmente le ragioni della Campagna contro l’OCP e delle numerose associazioni che in tutto il mondo si battono contro il progetto, criticando il rapporto sulla fattibilità del progetto commissionato dal Consorzio alla Stone & Webster. Il Media Advisory sul Rapporto Goodland. e la critica della CRBM al rapporto della Stone & Webster . La stessa Banca mondiale, non direttamente coinvolta nel progetto, ha più volte espresso le sue preoccupazioni in merito alla sua adeguatezza. In merito cliccando QUI si può leggere la lettera inviata nel dicembre 2001 dalla stessa Banca mondiale a Hernàn Lara, il presidente del Consorzio OCP, in cui si evidenziano tutte le perplessità sull'oleodotto. Agli inizi di novembre è stato lanciato un nuovo appello al presidente delle BNL affinché l'istituto da lui presieduto si ritiri dal progetto. Nei giorni del Social Forum a Firenze l'appello è stato distribuito alla Fortezza da Basso, soprattutto in occasione del seminario "IMPATTO DEI MEGAPROGETTI DI SFRUTTAMENTO DELLE RISORSE NATURALI NEI SUD DEL MONDO" - Responsabilità delle multinazionali e dei finanziatori europei, che si è tenuto giovedì 7 e che è stato promosso da realtà che sostengono la Campagna contro l'OCP. Intanto i sindacati BNL, nel loro ultimo comunicato di inizio novembre, che faceva seguito ad un incontro con l’amministratore delegato della BNL Davide Croff, hanno ribadito l’invito alla loro azienda di ad uscire dal consorzio per la costruzione dell’OCP, dismettendo la propria quota. Una scelta di civiltà, sostengono i sindacati, che si propone anche di aprire un dibattito sui modelli ed i criteri d’intervento finanziario sulle aree protette e ad interesse planetario. Il 9 dicembre c'è stato un altro volantinaggio davanti le filiali della BNL di una decina di città italiane, per ribadire la richiesta alla banca di uscire dal finanziamento del progetto. Tutto questo nella settimana di Telethon, anche per chiedere alla BNL di essere coerente nel suo operato. La critica alla Banca è che sostiene un'iniziativa bella importante come Telethon, che tanto fa per raccogliere fondi per la ricerca contro le malattie genetiche, ma poi finanzia un progetto come l'OCP, che tanti impatti negativi ha sull'ambiente e sulle persone dell'Ecuador. La conclusione della settimana dedicata a Telethon ha visto un'altra azione della Campagna OCP, davanti alla filiale della BNL di Via del Corso, a Roma. A metà gennaio nasce la campagna di appoggio alla popolazione di Sararyacu, minacciata dalle pressioni per le ricerche petrolifere della Cgc/Chevron-Texaco nell'Amazzonia ecuadoriana. Si accavallano le notizie di problemi nella realizzazione di alcuni tratti dell'oleodotto, ma il progetto nel suo complesso in tutto il 2003 è andato avanti. Il
24 aprile 2003, In occasione dell’assemblea annuale degli azionisti BNL, il
presidente Abete si è impegnato pubblicamente ad attivarsi sul monitoraggio
delle operazioni dell’Ocp, a favorire la definizione di standard ambientali e
sociali per le operazioni di project
financing da stabilire nell’ambito dell’ABI e ad assumere principi di
regolamentazione etica negli investimenti del Gruppo BNL a forte impatto
socioambientale. A
metà 2004 l'OCP ha iniziato a funzionare. I danni alle comunità locali ed
all'ambiente continuano ad essere particolarmente ingenti.
ALTRI
SITI WEB SU CUI CERCARE INFORMAZIONI SULL’OCP www.osservatorioeni.net
IL SITO
DELL'OSSERVATORIO ENI www.amazonwatch.org
,
PER TROVARE ARTICOLI,LE FOTO SUL PERCORSO DELL'OCP E TUTTI GLI AGGIORNAMENTI
SULLA CAMPAGNA INTERNAZIONALE www.selvas.org , PER TROVARE ARTICOLI SULL'OCP E SULL'AMERICA LATINA IN GENERALE LA SCHEDA DEL PROGETTO OCP - TUTTE LE INFORMAZIONI PIU' NEL DETTAGLIO Da più di dieci anni in Ecuador si parla della costruzione dell’OCP (Oleoducto Crudos Pesados), un oleodotto per il trasporto di greggio pesante con volumi che vanno dai 390.000 ai 450.000 barili al giorno. Per il governo dell’Ecuador l’importanza della costruzione dell’oleodotto è direttamente collegata alla scelta del dollaro come valuta nazionale (la cosiddetta dollarizzazione), una radicale trasformazione dell’economia che richiede l’investimento di capitale straniero, implicando la necessità di garantire un flusso maggiore di valuta pregiata nelle casse dello stato. Gli accordi sono stati firmati al principio dello scorso giugno, nonostante la totale avversione al progetto da parte di gruppi ecologisti come Accion Ecologica (Amici della Terra-Ecuador) e da parte di varie organizzazioni della società civile ecuadoriana. I lavori hanno avuto inizio all’inizio di agosto. Il consorzio OCP ha dichiarato che in 25 mesi l’oleodotto sarà completamente funzionante. Le compagnie coinvolteLa costruzione è stata affidata al Consorzio OCP ltd, formato da alcune delle più grandi multinazionali del petrolio: Alberta Energy Company Ltd (31.4%), Repsol-YPF (25.69%), Perez Companc (15%), Occidental Petroleum (12.26%), Agip (7.51%), Techint (4.12%) and Kerr-McGee Corp (4.02%). Queste imprese
trasporteranno il petrolio per 20 anni, ammortizzando l’investimento
realizzato ed ottenendo notevoli benefici grazie alla concessione statale del
diritto di trasporto. Al termine di tale periodo la proprietà dell’OCP,
tornerà allo Stato. L’Agip e le altre socie
OCP, che si incaricheranno della costruzione ed il conseguente controllo
dell’oleodotto, già estraggono greggio in Ecuador ed hanno la capacità di
commercializzarlo: in poche parole sono in grado di controllare tutto il
processo di sfruttamento petrolifero. L’oleodotto partirà da Lago Agrio nella provincia amazzonica di Sucumbios, attraverserà l’area andina (passando nelle vicinanze di Quito) raggiungendo Esmeraldas, sulla Costa del Pacifico, per un percorso complessivo di 500 km. Le tubature si snoderanno lungo aree naturali estremamente fragili ed in ecosistemi ricchissimi di biodiversità, entrerà in zone ancestrali abitate da popolazioni indigene (le popolazioni Quichua, Huaorani, Shuar e Achuar che hanno fatto voto alle loro divinità di non permettere lo sfruttamento petrolifero dei loro territori) e sfiorerà, esponendoli ad alti rischi, vari insediamenti urbani. L’oleodotto danneggerà ben 11 aree protette, attraversando la riserva forestale di Mindo Nambillo, in cui sono presenti più di 450 specie di uccelli – 46 in pericolo d’estinzione – una zona che è stata definita dagli esperti come la più importante di tutto il Sud America dal punto di vista ornitologico. Ma di fatto l’oleodotto attraverserà tutti gli ecosistemi del paese, comprese aree sorgive di torrenti e fiumi, foreste tropicali primarie, siti ad alta instabilità geologica a continuo rischio di frane ed erosione, zone sismiche e vulcaniche, terreni agricoli di ottima qualità, centri turistici, e sottoporrà a rischio di incendi e di sversamenti di greggio più di quaranta centri abitati. L’elemento più grave e preoccupante dell’intera vicenda è che la costruzione di un nuovo oleodotto comporterà automaticamente l’ampliamento della frontiera petrolifera in zone protette. Nel momento in cui l’OCP sarà funzionante si punterà a riempire i due condotti disponibili in base alla loro capacità massima e quindi si duplicherà lo sfruttamento petrolifero in Ecuador incorporando nuovi blocchi di estrazione, raggiungendo un totale di 2,4 milioni di ettari di territorio sfruttati per fini estrattivi, aumentando di un ulteriore 20% le aree naturali investite dalle attività petrolifere in Ecuador (alcune di queste aree sono indicate come ad alto valore biologico dal WWF e dall’IUCN). Verranno incorporati nuovi blocchi di estrazione - attualmente non utilizzati per insufficiente capacità di trasporto- in tutto l’Oriente Amazzonico, soprattutto nei blocchi dove ha la licenza al consorzio OCP (Blocchi 10, 15, 7, 21, 31, 16 e CITY). Ad esempio la sola Occidental prevede perforare 32 nuovi pozzi nel blocco 15. Questo aumento della
produzione avrà sicuramente dei forti impatti negativi sulle popolazioni locali
già danneggiate dalla presenza di precedenti raffinerie. L’OCP attraverserà
infatti ameno 40 villaggi. Gli abitanti della provincia di Esmeraldas, parte
terminale dell’oleodotto OCP, hanno già tra le più alte percentuali di
cancro alla pelle, alle via respiratorie ed allo stomaco di tutto l’Ecuador,
ciò a causa del forte inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo. A
fronte di questo problema non sono state previste procedure che usino una
tecnologia diversa dal passato: a Lago Agrio per riscaldare il greggio e farlo
viaggiare attraverso i tubi, si userà lo stesso greggio come combustibile il chè
provocherà notevoli emissioni a causa dello zolfo e degli altri minerali in
esso contenuti. In sostanza i tubi dell’OCP si riempiranno attraverso lo sfruttamento di aree attualmente protette ed intatte, come il Parco Nazionale Yasunì –l’ultimo angolo vergine del Parco Nazionale più importante dell’Ecuador continentale che al tempo stesso è territorio del popolo indigeno Huaorani- ed i boschi amazzonici del Sud ecuadoriano –finora lasciato quasi intatto- nei territori indigeni Quichua, Shuar e Achuar. Lo sfruttamento di queste zone è anche incostituzionale perché viola gli articoli della costituzione dell’Ecuador che prevedono l’inalienabilità di alcuni territori su cui l’oleodotto passerà, si tratta di aree protette da parchi nazionali e di zone intoccabili essendo territori ancestrali di popolazioni indigene. A fronte di questi diritti lo sfruttamento petrolifero è stato invece dichiarato come priorità nazionale e quindi come tale è sotto la Legge di Sicurezza Nazionale, ovvero al di sopra di tutte. La posizione del governo ecuadorianoIl governo ecuadoriano ha tassativamente escluso la possibilità di prevedere un percorso meno rischioso, come richiesto da numerose comunità locali, riunite nel Comitato per un percorso di minore impatto, e da entità scientifiche e ambientaliste nazionali. Per lo stesso motivo non è stato realizzato alcun processo di consultazione preventiva per conoscere la volontà delle comunità coinvolte né un serio studio sugli impatti sociali ed ambientali di questo mega-progetto. Le procedure della VIA che è stata compiuta dopo l'approvazione e in modo sommario e affettato si discostano molto dalle linee guida che la Banca Mondiale ha adottato per i propri finanziamenti e che dovrebbero costituire lo standard di riferimento per questo tipo di impresa. Eppure l’Ecuador conosce bene i danni causati dal trasporto del petrolio via condotto, essendo già operante il SOTE, il Sistema di Oleodotto Transecuadoriano, costruito dalla Texaco più di trent’anni fa, che ha sofferto numerosi incidenti con sversamenti di petrolio ed è stato il bersaglio di numerosi incidenti (che hanno causato una dispersione di almeno 16,8 milioni di galloni di petrolio grezzo) ed attentati terroristici (cinque nel solo ultimo anno). L’incidente più recente è avvenuto a metà di giugno di quest’anno nel tratto di Papallacta (dove passerebbe anche il nuovo oleodotto OCP): intense piogge hanno causato frane ed allegamenti con un bollettino di 35 morti e numerosi feriti più un grave danno all’oleodotto SOTE che ha causato incendi e forti contaminazioni nell’area circostante. Come il SOTE il nuovo tragitto dell’oleodotto OCP passerà su terreni instabili e dove è presente un’elevata attività sismica. La vicinanza con la Colombia - paese in cui negli ultimi dieci anni sono stati realizzati più di 760 attentati diretti ad oleodotti - aggiunge un ulteriore rischio al percorso del nuovo oleodotto. Con la partecipazione dell’Ecuador al Plan Colombia e l’aumento della violenza nel territorio ecuadoriano causato dalla regionalizzazione del conflitto, il nuovo oleodotto può rappresentare un obiettivo militare strategico. Chi
finanzia l’OCP e cosa c’entra la BNL? Come in tutti i progetti
petroliferi – ad alta intensità di capitali e con rischi enormi di perdite -
anche questo progetto non avrebbe superato la fase di valutazione se il
consorzio non avesse ricevuto i finanziamenti per operare. Le compagnie
petrolifere, infatti, non operano quasi mai rischiando fondi propri ma si
rivolgono alle banche, spesso private, ma a volte anche multilaterali o statali. Dopo nove anni di
discussioni sul progetto, nel giugno del 2001 la compagnia argentina Perez
Compac, che possiede il 15% nel consorzio OCP, ha ottenuto una linea di credito
di 200 milioni di dollari dalla Deutsche Bank e dalla Citibank come capofila di
un pool di banche che includono la Bankboston, BEAL, BNP Parisbas e Baldex.
Questo prestito è stato immediatamente seguito da uno più sostanzioso che ha
permesso di garantire il possibile inizio dei lavori. Nel luglio 2001 la
WestLandes bank. ha erogato un prestito di 900 milioni di dollari al consorzio
per un periodo della durata di 17 anni. Al momento risulta che siano stati
effettivamente erogati al consorzio dalla Banca solo 70 milioni di dollari. “Managing Agent” del
prestito, e cioè intermediario, è l’italiana Banca Nazionale del Lavoro
(BNL) che si occupa di gestire una parte o tutta del credito contratta dalla
banca tedesca e di piazzarlo sul mercato tramite operazioni dette di
“smobilizzo”. Purtroppo, a causa della
mancanza di una politica di trasparenza sul bilancio che arrivi ad indicare
l’ammontare del credito OCP gestito direttamente, non sappiamo in che
percentuale la BNL sia coinvolta realmente anche perché vi sono altri due
intermediari: la ABB Credit e la Caja de Madrid. L'oleodotto rischia anche
di non essere economicamente vantaggioso per l’Ecuador, un paese già
notevolmente esposto in termini di debito estero, in particolare con il governo
italiano e banche private italiane, a fronte di uno sviluppo locale praticamente
inesistente. A testimonianza dell’elevata problematicità del progetto è che
il suo costo attuale oggi supera il miliardo di dollari, mentre il costo dello
stesso oleodotto nel 1999 era di 400 milioni di dollari. Per i complessi sistemi
di garanzia e contro-garanzia che questi progetti prevedono e i meccanicismi
della formazione del debito estero è probabile che l’aumento dei costi ricadrà
quasi interamente sul governo dell’Ecuador. Il debito estero
dell’Ecuador ammontava, al dicembre 2000, a 13,458 milioni di dollari (pari al
96,7% del PIL – fonte Banco Central del Ecuador 2001) trasformando l’Ecuador
nel paese più indebitato per abitante (1,064 $ per capita). Il 16,6% di questo
debito era costituito dal debito estero privato, quello cioè contratto con
banche private. In questa situazione la restituzione del debito pubblico (il
servizio del debito) costituirà il 44% degli introiti futuri fiscali e in
capitale straniero. Una situazione che si può considerare drammatica se si
calcola che circa l’80% dei futuri introiti delle attività di estrazione nei
prossimi 12 anni serviranno a ripagare il debito pubblico. Il debito estero contratto
dall’Ecuador con l’Italia è il più alto in assoluto tra i membri del club
di Parigi e ammontava a 275,1 milioni di dollari nel 2000 (elaborazioni Microfinanza). Il debito verso il settore privato italiano (banche) diminuisce drasticamente, come peraltro il debito complessivo dell'Ecuador verso le banche, passato in tre anni da oltre 3 miliardi di dollari a 1 miliardo 300 milioni di dollari. Nel solo 1999, l'anno della crisi finanziaria e sociale e del default sui Brady bonds, le banche internazionali hanno ottenuto rimborsi o tagliato i loro crediti di 1 miliardo di dollari, e di altri 315 milioni di dollari nel 2000. La banca italiana più esposta verso l'Ecuador è la Banca Nazionale del Lavoro: 5,7 milioni di euro nel '98, crollati a 1,6 milioni di euro nel '99 ma risaliti nel 2000 a 14,6 milioni di euro. Anche il debito obbligazionario - i Brady bonds appunto - è stato rinegoziato nel 2000. Gli oltre 6 miliardi di dollari di debiti sono stati trasformati in poco meno di 4 miliardi di "global bonds", meno pesanti in termini di servizio del debito nei primi cinque anni, ma di nuovo onerosi dal sesto anno in poi (Jubileo 2000 Ecuador). Viceversa aumenta il debito verso il settore pubblico italiano, dove la Sace, l’Istituto per i Servizi Assicurativi del Commercio con l’Estero, prende in carico i crediti commerciali andati insoluti. Si tratta di una quota consistente, quasi il 50%, di tutti i debiti commerciali non bancari dell'Ecuador, che ammontano a 500 milioni di dollari alla fine del 2000. Non è disponibile un dato aggiornato sui crediti d'aiuto, cioè l'esposizione della cooperazione italiana. Alla fine del '97 il dato era pari a circa 50 milioni di dollari. Il debito ufficiale bilaterale complessivo dell'Ecuador è sceso alla fine del 2000 sotto il miliardo di dollari. A fronte di uno sviluppo
locale che sarà quasi nullo. L’Ecuador è il quarto esportatore di petrolio
di tutta l’America Latina e il sesto al mondo eppure la sua situazione non è
delle migliori: la sottoccupazione raggiunge il 61% degli ecuadoriani e anche il
nuovo oleodotto non sembra poter contribuire positivamente. In termini di
capacità di creare nuova occupazione il consorzio e il governo parlano di
52.000 persone. Cifre che risultano assolutamente esagerate se si pensa che per
la costruzione del SOTE ci vollero solo 400 persone di manodopera locale (i
professionisti vengono dall’estero) e che in ogni caso per questo tipo di
lavori il periodo di impiego varia da un minimo di 15 giorni ad un massimo di
tre mesi. Il governo ecuadoriano ha ricevuto 223 milioni di dollari dal consorzio OCP per coprire la costruzione (100 milioni), gli studi ambientali ($ 50 milioni) e le garanzie sulla costruzione ($ 73 milioni). A fronte di questi introiti il governo ha concesso esoneri fiscali elevati e ingiustificati alle compagnie petrolifere. Soltanto dopo 20 anni l’Ecuador si troverà a possedere un oleodotto oramai logorato dall’uso. Enormi sono state le polemiche che riguardano la necessità di costruire un nuovo oleodotto. Nel 2000 anche uno degli aspiranti costruttori, il consorzio Williams degli USA, si ritirò dalla gara quando Petroecuador annunciò di voler costruire ben due oleodotti nuovi. In generale non sembra esserci un volume sufficiente di greggio tale da riempire la capacità di due oleodotti affinché un flusso economico consistente e immediato potesse giustificarne la costruzione dell’OCP in questo momento. Secondo alcuni studi le compagnie possiedono ora solo una capacità di estrazione di 80,000 barili al giorno. Da dove prenderanno il rimanente per arrivare a la capacità extra dei 450,000 barili al giorno dell’OCP? Sembra quindi chiaro che l’OCP, per essere considerato economicamente fattibile, dovrà trasportare il petrolio estratto in nuove aree. Non è tuttavia stata eseguita finora nessuna valutazione d’impatto ambientale di carattere cumulativo né regionale. Inoltre, anche se si utilizzassero le riserve di petrolio (calcolate a 1,5 miloni di greggio leggero e 900 milioni di greggio pesante al giorno), in soli otto anni queste si esaurirebbero e l’oleodotto entrerebbe inevitabilmente in competizione con il SOTE, quasi interamente statale. Se questo venisse abbandonato l’Ecuador inizierebbe a pagare così alle compagnie straniere i diritti di trasporto anche per il petrolio leggero. Le alternative alla costruzione dell’OCP prevedono invece un sistema alternato che utilizzi solo il SOTE sia per il greggio leggero e di buona qualità estratto dal governo sia per quello pesante delle compagnie straniere. Violazione degli standards della Banca MondialeNel giugno
del 2001, dopo dieci anni di attesa, il ministero dell’energia e delle Miniere
ha concesso il nullaosta ambientale al progetto. Il consorzio ha presentato al
governo uno studio d’impatto ambientale che è stato svolto in soli due mesi.
Considerando la tipologia del progetto è indubbio che la Banca Mondiale, se avesse finanziato direttamente il progetto, lo avrebbe classificato come categoria A dal punto di vista ambientale, richiedendo cioé ai promotori di condurre un'analisi più rigorosa delle alternative o una valutazione di portata regionale che includesse misure di mitigazione e conservazione e che affrontasse gli impatti cumulativi sugli ecosistemi. Questo non è avvenuto e la VIA del progetto è stata criticata ampiamente da organizzazioni ambientaliste ed ecologiste locali ed internazionali. Inoltre, anche se Techint ha già iniziato i lavori di costruzione e a Esmeraldas sono arrivati 12.000 quintali di tubature, mancano ancora alcuni permessi di passaggio o costruzione, per esempio nelle città di Esmeraldas, Quito e Lago Agrio. Il riferimento alle politiche di salvaguardia ambientale e sociale della Banca Mondiale è diventato un punto cruciale della campagna quando la WestLandes Bank ha dichiarato, per reagire alle pressioni da parte di organizzazioni ambientaliste tedesche e del parlamento stesso dello stato di Nord-Renania e Westfalia che possiede il 42% della banca tedesca, di “rendere gli standard ambientali della Banca Mondiale un prerequisito per qualunque coinvolgimento finanziario della WestLandes Bank”. La campagna contro il finanziamento dell’OCP e la resistenza localeAnche se la Banca Mondiale non è tra i finanziatori dell’OCP alcune organizzazioni internazionali hanno criticato il fatto che il prestito per l’Aggiustamento Strutturale approvato dalla Banca sia l’elemento propulsivo della riforma del settore estrattivo. E un risultato diretto della “dollarizzazione” dell’economia dell’Ecuador nella quale la Banca Mondiale ha svolto un ruolo primario approvando una Strategia di Assistenza Paese (CAS) che contiene riforme legislative per “permettere alle compagnie private di costruire una secondo oleodotto trans-andino”. La posizione economica della Banca Mondiale in Ecuador appare inoltre in contraddizione con il fatto che la stessa banca finanzia un progetto di conservazione naturale, il Corridoio Chocò-Andino, che contiene 5 delle 18 zone a più alta biodiversità al mondo, proprio nelle aree che verranno attraversate dall’OCP. Ma l’biettivo principale delle campagne di protesta è stata finora la WestLandes Bank. Dal momento dell’elargizione del prestito al consorzio manifestazioni di protesta si sono svolte di fronte alle ambasciate tedesche a Quito e alle sedi della WestLendes Bank in tutto il mondo. In Italia gli Amici della Terra hanno protestato a Milano nel settembre del 2001. Le reazioni della West LD sono finora state scarse anche se il ministro dell’Ambiente dello stato federale di Nord-Renania e Westfalia, Baerbel Hoen ha pubblicamente criticato il progetto chiedendo al CEO della banca tedesca, Juergen Sengera di effettuare un’analisi indipendente degli impatti ambientali, inclusa una valutazione delle opzioni alternative per il tragitto dell’oleodotto. A livello locale la resistenza sta crescendo a causa dello scontento tra i gruppi indigeni che verrebbero spostati dal progetto o ne subirebbero gli impatti in termini di perdita della terra. Una notizia del 9 gennaio riporta che a Mindo, riserva protetta di foresta tropicale, i residenti, gli studenti e gli ambientalisti hanno allestito un campo provvisorio per evitare che l’oleodotto passi di lì. Hanno costruito piattaforme e si sono legati agli alberi per impedire che la strada che finora è arrivata ai limiti della riserva li raggiunga. Di fronte alle dimostrazioni, le prime di questo tipo in Sud America, il consorzio ha dichiarato che sospenderà i lavori in Mindo fino alla fine della stagione delle piogge in aprile. Gli attivisti sostengono che la reazione del consorzio sia mirata solo a placare le acque proprio nei giorni in cui il prestito della Wetslandes Bank è in discussione in Germania nel parlamento federale dello stato di Nord-Renania e Westfalia. Yvonne Ramos di Accion Ecologica (Amici della Terra Ecuador), organizzazione ecologista di base a Quito che ha lanciato la campagna contro l’OCP, si è incontrata con la Westlandes Bank il 14 gennaio 2002. |
