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Il progetto della diga di
Ilisu, sul tratto di Tigri che attraversa il Kurdistan turco, è fra i più
controversi e travagliati degli ultimi dieci anni. Alla fine del 2001 sembrava
morto e sepolto, travolto dai dubbi e dalle polemiche che indussero le agenzie
di credito all’esportazione di Italia (la Sace) e Regno Unito (ECGD) a ritirare
il loro appoggio politico e finanziario ad un’opera dai molteplici impatti
negativi. Le zone d’ombra erano tali e tante che portarono subito la Banca
mondiale a guardarsi bene dall’avere qualsiasi tipo di implicazione nel
progetto. Senza l’appoggio di questi enti statali il consorzio costruttore, tra
le cui fila c’era anche l’italiana Impregilo, cessò rapidamente di esistere. Nel
2007 Ilisu è ricomparso fra le priorità di Ankara. L’opera rappresenta
l’elemento principale del Turkey’s Southeastern Anatolia Project (GAP), il
sistema di gestione delle acque della regione sud-orientale del Paese.
Quasi subito le agenzie di
credito all’export di Austria, Germania e Svizzera hanno deciso di sostenere il
manipolo di imprese interessate a ricevere laute ricompense dal governo turco
per la realizzazione della diga, sebbene in un secondo momento abbiano deciso di tirarsi indietro. I lavori sono cominciati a ottobre
2008, mentre i costi totali sono stimati in un miliardo e 800 milioni di
dollari.
Ma non solo, come sempre
accade per questo tipo di progetti, forte è anche il coinvolgimento di un gruppo
di banche private, pronte a erogare prestiti di milioni di euro. Nella lista di
istituti di credito spicca la Austria Bank Creditanstalt, controllata
dall’italiana Unicredit.
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