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Roma, 10 novembre 2009 – I piani dell'Eni di investire sullo sfruttamento delle sabbie bituminose e dell'olio di palma nel Bacino del Congo rischiano di provocare dei danni irreversibili alla biodiversità, alle comunità locali e al clima, secondo quanto sostengono gruppi congolesi per la tutela dei diritti umani e i loro partner internazionali. In un rapporto reso pubblico oggi durante un incontro tenutosi a Milano, dal titolo Energy Futures? Eni's Investments in tar sands and palm oil in the Congo Basin, i gruppi della società civile sostengono che, viste le loro pesanti implicazioni per il clima e il contesto locale, tali investimenti devono essere considerati ad alto rischio sia da parte dell'Eni che da parte di qualsiasi altra compagnia petrolifera.

Quello nella Repubblica del Congo è il primo progetto per lo sfruttamento delle sabbie bituminose in Africa, mentre quello relativo all'olio di palma per fini alimentari e la produzione di biocombustibili è considerato uno dei più grandi di tutto il continente. Nel 2008 l'Eni ha siglato una intesa su più fronti con la Repubblica del Congo, Paese ricco di petrolio ma con un alto tasso di povertà e minime condizioni di trasparenza e di rispetto dei diritti umani. Le foreste primarie coprono i due terzi del territorio dello Stato e sono essenziali per la sopravvivenza della popolazione locale e come immagazzinatori di anidride carbonica. Il governo del Congo vuole assicurarsi la leadership sulla gestione delle risorse del Bacino, tuttavia i suoi precedenti nel far rispettare la normativa sulle foreste e sulla protezione ambientale sono particolarmente negativi.

Attualmente l'Eni è ritenuta la compagnia petrolifera più sostenibile del pianeta. Di recente il suo amministratore delegato, Paolo Scaroni, ha chiesto ai delegati del Leadership Forum delle Nazioni Unite tenutosi a New York di agire per porre un argine ai cambiamenti climatici. Tuttavia ricerche sul campo mettono in evidenza che i nuovi investimenti dell'Eni in Congo non costituiscono un passo in avanti sul sentiero della sostenibilità energetica.

“A meno di un mese dall'inizio del summit di Copenaghen, i progetti dell'Eni mettono seriamente in dubbio le sue credenziali di tutela dell'ambiente. Evidenziano inoltre gli alti costi che tali investimenti energivori e che provocano l'emissione di grandi quantità di anidride carbonica comportano, specialmente in aree molto sensibili dal punto di vista ambientale e con forme di governo non all'altezza” ha dichiarato Gudrun Benecke della Heinrich Boell Foundation.

Nell'Alberta, in Canada, lo sfruttamento delle sabbie bituminose ha provocato la distruzione delle foreste boreali, l'inquinamento dell'aria e delle risorse idriche e pesanti impatti per le comunità locali. La produzione di un barile di petrolio derivante dal bitume provoca dalle tre alle cinque volte più emissioni di gas serra rispetto a un barile di greggio convenzionale. I Canadesi al momento hanno infatti la più alta quantità di emissioni di gas serra di tutti i Paesi del G8. Allo stesso tempo la monocultura di olio di palma per i biocombustibili è una delle cause principali delle deforestazione, che incide per il 20 per cento sulle emissioni globali. Le coltivazione di palme da olio ha inoltre contribuito ad aumentare l'insicurezza alimentare, i conflitti per le terre, gli abusi dei diritti umani e le minacce alle popolazioni indigene.

Secondo l'attivista per i diritti umani Brice Mackosso “le popolazioni locali, che stanno già soffrendo gli impatti dello sfruttamento petrolifero, non sono state consultate nel modo adeguato sullo sviluppo dci nuovi progetti. Un fatto, questo, che viola le politiche ambientali e sui diritti umani della stessa Eni”.

L'area interessata dalle attività dell'Eni in Congo, quella di Tchikatanga e di Tchikatanga-Makola, copre un'estensione di 1790 chilometri quadrati. Non si sa ancora dove si procederà con la produzione di olio di palma, sebbene si parli di 70mila ettari di terre non coltivate. L'Eni afferma che nessun progetto sarà' sviluppato in zone ricoperte dalle foreste pluviali o con la presenza di biodiversità e che implicano la rilocazione di popolazioni locali. Però nelle ricerche condotte proprio dall'Eni si attesta che l'area dove si ricaveranno le sabbie bituminose è per circa il 70 per cento occupata da foreste e da zone molto sensibili dal punto di vista ambientale, come viene per l'appunto svelato nel rapporto.

“I nuovi progetti dell'Eni pongono l'accento sulla mancanza di controllo da parte del suo principale azionista, lo Stato italiano”, ha dichiarato Elena Gerebizza della Campagna per la riforma della Banca mondiale CRBM. “L'Italia ha una evidente responsabilità nell'assicurare che l'Eni consideri con attenzione gli impatti sull'ambiente e sullo sviluppo dei suoi investimenti e non operi contro gli interessi nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra”.

Per ulteriori informazioni: Karoline Hutter, Heinrich Böll Foundation: +49 30 28534 202 o cellulare +49 160 365 7722. Luca Manes, CRBM: +39.06.78 26 855 o cellulare +39.335.57 21 837. Brice Mackosso, Christian Mounzéo (RPDH); Sarah Wykes (Project Manager): +44 7971 064433.

Il rapporto è pubblicato dalla Heinrich Böll Foundation, la fondazione del partito dei Verdi tedeschi e sottoscritto da: Bank Track, Campagna per la riforma della Banca mondiale (CRBM), Fondazione Culturale Responsibilità, Friends of the Earth International, Justice and Peace Commission, Pointe-Noire (Congo), Misereor, Platform, Rainforest Action Network (RAN), Rencontre pour la paix et les droits de l’homme (RPDH, Congo) e Secours Catholique/Caritas.

Per scaricare il rapporto: http://www.foeeurope.org/corporates/Extractives/Energy_Futures_eng.pdf

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