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Roma, 25 gennaio
2010 – Il Presidente Barack Obama ha rilanciato l'ipotesi di misure operative per frenare lo strapotere delle grandi banche USA. Dopo avere proposto nelle scorse settimane una tassazione extra, ora l'idea è di tentare di limitare la dimensione delle banche “too big to fail”, ovvero troppo grandi per potere essere lasciate fallire. Si vorrebbe poi proibire alle banche di utilizzare i depositi dei clienti per investire in proprio, separando le attività bancarie classiche da quelle speculative.
Delle proposte dettate dal malcontento dei cittadini statunitensi, colpiti da una crisi di cui non si vede la fine, mentre la finanza è ripartita a gonfie vele. Da una parte si registrano tassi di disoccupazione a livelli record, milioni di persone scese negli ultimi anni sotto la soglia di povertà, indicatori economici al palo. Dall'altra è stato un anno di profitti record per i big della finanza. Il mercato dei derivati non è mai stato così attivo. Nel 2009 la Goldman Sachs avrebbe realizzato oltre 13 miliardi di dollari di utile a fronte di 45 miliardi di attivi. Un tasso di profitto da molti giudicato scandaloso e immorale, soprattutto considerando che il sistema finanziario è stato salvato dalla crisi che aveva esso stesso provocato grazie all'iniezione di migliaia di miliardi di soldi pubblici.
La questione però è più complessa rispetto alla pur legittima rabbia e al senso di profonda ingiustizia nel vedere i manager di Wall Strett auto-gratificarsi con bonus miliardari.
Si è nuovamente creato uno scollamento tra le attività finanziarie e l'economia. In altre parole, gli enormi piani di salvataggio realizzati dai governi negli ultimi due anni hanno dato un contributo fondamentale nella creazione di una nuova bolla speculativa.
Una distanza tra finanza e economia reale che secondo la maggior parte degli analisti è la vera ragione dell'ultima crisi e che si sta oggi ripetendo, con conseguenze potenzialmente ancora più gravi. I fondamentali elementi economici e il tasso di disoccupazione sono molto peggiori rispetto alla vigilia della crisi passata. I piani di salvataggio hanno comportato un impegno gigantesco per i governi, con relativo peggioramento dei conti degli Stati e aumento del debito pubblico.
Se scoppiasse un'altra crisi finanziaria, chi sarebbe in grado di sborsare migliaia di miliardi per un nuovo piano di salvataggio?
Ecco perché i principali governi occidentali sono impegnati in quella che sembra una corsa a ostacoli e contro il tempo: sgonfiare la nuova bolla finanziaria senza farla esplodere e senza creare il panico sui mercati. L'amministrazione Usa avanza le sue proposte, mentre gli esecutivi di Francia, Germania e Gran Bretagna hanno rilanciato l'idea di una tassa sulle transazioni finanziarie. Una misura di enorme efficacia per frenare le attività speculative senza colpire l'economia e per reperire risorse fondamentali per dare una boccata di ossigeno alle finanze pubbliche.
In questo quadro internazionale spicca il silenzio dell'Italia. Ricordiamo le principali proposte del nostro esecutivo: i Tremonti bond, sottoscritti da una sparuta minoranza di banche, la “Robin Hood Tax”, di cui si sono perse le tracce, i “Global Legal Standard”, una meteora nel processo del G8.
Diversi governi sono oggi impegnati nel cercare seriamente di cambiare rotta in ambito finanziario. Altri se non altro stanno preparando le scialuppe di salvataggio. L'Italia sembra continuare a ballare sul ponte del Titanic, al ritmo di un'orchestra che ribadisce che non ci sono pericoli all'orizzonte.
Andrea Baranes
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