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Roma, 8 luglio
2010 – Ieri è arrivata la condanna condizionata per l'ENI per corruzione nel contesto delle attività di realizzazione del progetto di Bonny Island a gas naturale liquefatto in Nigeria. Dopo l'associata Hulliburton e la francese Techip, anche la SnamProgetti avrebbe scelto la via del patteggiamento con un'ammissione di colpa nei confronti delle autorità americane e riconoscendo la responsabilità negli atti di corruzione e di aver violato la legge americana. Vi sarebbe una condanna di 240 milioni di Dollari che la Eni è tenuta a pagare al Dipartimento della Giustizia americana nonchè una condanna penale condizionata che sarà priva di effetti se entro due anni l'ENI proverà di aver rafforzato i propri sistemi interni di compliance con la legge anti-corruzione e collaborerà con le indagini in corso. Ci si augura che il management della società muoverà subito i passi giusti in tal senso dopo questa sentenza. Allo stesso tempo Snamprogetti ha ricevuto anche una sanzione civile di 125 milioni di dollari dalla SEC – la potente “Consob” americana – per analoghi capi di imputazione.
Resta da capire cosa succederà all'indagine in corso sullo stesso caso da parte della magistratura di Milano. Nel frattempo l'azione giudiziaria americana, nelle parole dello stesso attorney che ha seguito il caso mostra la serietà dell'impegno del governo americano nel portare di fronte la giustizia gli individui e le società che agiscono corrompendo pubblici ufficiali all'estero. Senza dubbio tale impegno merita un riconoscimento, ed importanti lezioni si dovrebbero trarre in Europa dove questo tipo di azioni risultano molto più rare e meno efficaci.
La CRBM e tante realtà della società civile internazionale sin dal 2004 avevano sollevato la questione Bonny Island, quando le prime indiscrezione trapelavano sulle prime indagini sul caso in Francia e negli Usa. Bonny Island non significa soltanto corruzione, ma come i partner locali nigeriani ci dicono – in primis ERA – vuol dire anche devastazione irreversibile dell'ambiente, militarizzazione, violazioni dei diritti fondamentali e pregiudicare lo sviluppo reale e sostenibile del paese.
Il progetto era arrivato sul radar della società civile anche per il pesante coinvolgimento dei finanziatori occidentali, nel caso italiano la SACE che ha garantito alcune banche che, a loro volta, hanno finanziato le attività di Snamprogetti a Bonny Island. La SACE, che è controllata al 100 per cento dal Ministero dell'Economia ha seguito il caso di corruzione, ma secondo le regole OCSE al riguardo non spetta alla stessa prendere provvedimenti relativi e connessi a questo caso.
A questo punto, dopo il rinnovato impegno del governo italiano, all'indomani dello scandalo Scajola, nella lotta alla corruzione, spetta solamente a questo – che per altro è azionista di maggioranza della società con il 30 per cento delle azioni - prendere provvedimenti esortando il management ENI ad un cambiamento vero per evitare che nuovi scandali di corruzione alla Bonny Island accadano. Analogamente il governo potrebbe richiedere alla “sua” SACE di fare di più contro la corruzione. Ma forse è finito il tempo del Robin Hood Tremonti che pontifica contro banche e petrolieri. Per il momento si può dire che, come sancito dalla giustizia Usa, la società civile aveva ragione.
Antonio Tricarico
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