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Oleodotto Baku – Tbilisi – Ceyhan

Impatti sui diritti umani, sociali ed ambientali nella sezione turca

Riassunto del Rapporto della quarta missione sul campo

19 – 27 settembre 2004

 Questo rapporto preliminare è costituito dai risultati della quarta missione[1] sul campo per valutare gli impatti sui diritti umani e sul contesto socio-ambientale dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che la BP ed altre compagnie (facenti parte del consorzio BTC) stanno attualmente costruendo in modo da poter veicolare sui mercati occidentali il petrolio estratto dai giacimenti del Mare del Caspio. La costruzione dell'oleodotto è iniziata nel 2002 ed il suo completamento è previsto entro il 2005.

La missione ha visitato la Turchia dal 19 al 27 settembre 2004, eseguendo visite sul campo presso le sezioni di Ardahan (Nord-Est) e Sivas (centro) del percorso dell'oleodotto e conducendo inoltre delle interviste ad Ankara[2] . Sfortunatamente la BOTAS, la compagnia statale turca che si sta occupando alla costruzione della sezione turca dell'oleodotto, non ha accettato l'incontro con i membri della missione.

Serie preoccupazioni sono state sollevate dalle popolazioni impattate, da esperti, lavoratori impiegati per la costruzione dell'oleodotto, organizzazioni non governative e dagli stessi rapporti di monitoraggio interni sul progetto, in particolare per quel che riguarda gli abusi sui diritti umani, l'espropriazione delle terre, le violazioni dei diritti dei lavoratori e gravi mancanze nei controlli durante la costruzione. L’obiettivo della missione consisteva nell’investigare su queste preoccupazioni.

Durante una buona parte del tempo trascorso sul campo, la missione è stata soggetta alla sorveglianza della polizia. Nella regione di Ardahan la missione è stata in un primo momento bloccata da agenti in borghese che hanno poi seguito la stessa missione nei villaggi visitati, mentre nella regione di Imranli la polizia e dirigenti della BOTAS si sono introdotti negli incontri organizzati dalla missione con gli abitanti dei villaggi ed erano presenti praticamente durante tutte le interviste. La missione intende rimarcare che questo utilizzo intimidatorio delle forze di polizia è potuto servire solo a limitare il monitoraggio indipendente del progetto, a danno della best practice internazionale e dei diritti degli abitanti dei villaggi. Nella regione di Ardahan la missione ha trovato prove diffuse del fatto che il potere della polizia viene utilizzato per intimidire e per impedire che le legittime attività politiche del partito dei lavoratori DEHAP[3] e di altri possano documentare gli impatti del progetto sugli abitanti dei villaggi. L’esperienza della missione suggerisce con forza che le riforme sui diritti umani implementate dal governo turco prima della sua richiesta di accesso all’Unione europea abbiano avuto dei risultati marginali per quel che concerne la regione Nord-Orientale della Turchia, forse anche per la relativa mancanza di un controllo da parte di soggetti nazionali ed internazionali. La missione accoglie positivamente i commenti fatti da dirigenti dell’UE che riconoscono questa lacuna nel processo di monitoraggio dei progressi della Turchia sulle riforme dei diritti umani e che affermano che in futuro il Nord-Est della Turchia potrebbe essere fatto oggetto di un monitoraggio più attento.

La missione è stata anche negativamente colpita da come il progetto venga implementato in violazione dei standard concordati, particolarmente in relazione a quelli sull’acquisizione delle terre, che mettono il progetto in potenziale conflitto con le normative locali, con le condizioni di prestito per il progetto e con la convenzione Europea sui Diritti Umani. La missione ha riscontrato che i problemi identificati dalle precedenti missioni sul campo non sono stati affrontati, con gravi impatti per gli abitanti dei villaggi.

Di particolare preoccupazione è l’uso esteso dei poteri di emergenza secondo l’articolo 27 della legge turca sulle espropriazioni, che prevede la possibilità di espropriare la terra per la costruzione prima che vengano pagate le dovute compensazioni ai proprietari terrieri. La missione ritiene che la necessità a ricorrrere all’articolo 27, invocato così diffusamente, sia una prova del fallimento della pianificazione del progetto ed una chiara violazione delle linee-guida della Banca mondiale sul reinsediamento, che il progetto è legalmente vincolato a rispettare. La missione raccomanda che i soggetti pubblici che hanno effettuato prestiti per la realizzazione dell’oleodotto conducano una revisione indipendente per valutare l’opportunità di utilizzare l’articolo 27. La revisione deve includere una valutazione di tutti i casi in cui l’articolo 27 è stato o possa essere usato in futuro. Il futuro utilizzo dell’articolo 27 per l’espropriazione di terreni destinati al BTC deve essere sospeso e, in tutti i casi esistenti in cui si è fatto ricorso all’articolo 27, i legittimi proprietari terrieri devono essere compensati immediatamente.

La missione è stata inoltre profondamente colpita dall’uso di vaste zone di terreni senza che siano state esperite le corrette procedure di espropriazione, oppure pagate le dovute compensazioni. L’utilizzo di terreni senza una previa espropriazione o compensazione è inaccettabile e mette il progetto potenzialmente in violazione delle normative locali, del quadro legale generale, della Convenzione Europea sui Diritti Umani e delle linee-guida della Banca mondiale sul reinsediamento. La missione raccomanda che sia fatta un’urgente indagine indipendente dell’utilizzo dei terreni al di fuori dei 28 metri di corridoio e che gli abitanti dei villaggi siano pagati non solo per le compensazioni ma anche per i danni subiti. I finanziatori del progetto devono ottenere una garanzia dalla BOTAS che questa pratica cesserà e devono porre come condizione che ogni futura violazione sarà vista come causa di sospensione dei prestiti.

La missione è venuta a sapere di numerosi casi di mancate compensazioni per danni indiretti causati dal progetto – quali il danneggiamento di alberi e la ridotta produzione di latte. La missione raccomanda che si faccia una stima indipendente dei danni indiretti in tutti i villaggi impattati sul percorso dell’oleodotto e che per i danni sia prevista una compensazione.

La missione è stata molto infastidita dal venire a conoscenza delle difficoltà incontrate dagli abitanti dei villaggi che hanno subito degli impatti nell’ottenere risarcimento legale per i danni o per bassi livelli di compensazioni. La missione raccomanda che alle persone impattate dalla realizzazione del progetto siano assicurate accurate informazioni concernenti i rimedi legali e che alle stesse persone siano rese disponibili delle consulenze legali indipendenti.

Gli abitanti dei villaggi di Ardahan e Imranli hanno espresso le loro preoccupazioni che i terreni non saranno ripristinati come promesso. La missione ha potuto testimoniare dei casi che portano a pensare che ciò non accadrà. La missione raccomanda ai finanziatori del progetto di estendere il periodo di monitoraggio dopo il completamento dell’oleodotto per assicurare che avvenga un completo ripristino dei terreni entro i due anni concordati. 

La missione ha ascoltato numerose accuse di discriminazioni contro le minoranze sia per quel che concerne l’impiego di operai che per quel riguarda i programmi di sviluppo delle comunità. La missione raccomanda che i casi di discriminazioni portati alla sua attenzione siano investigati e che la BOTAS renda pubbliche le cifre degli abitanti dei villaggi impattati che sono attualmente o sono stati impiegati per la costruzione dell’oleodotto e i distretti da cui provengono.

La missione è venuta a conoscenza di accuse da parte di un ex-lavoratore di un cattivo controllo della qualità nella costruzione dell’oleodotto. Queste accuse forniscono sostegno a quelle già sollevate da esperti britannici che hanno lavorato sul progetto BTC. La missione raccomanda che i finanziatori del progetto intraprendano un auditing completo del controllo qualità per i lavori di costruzione portati avanti fino ad oggi.

La missione è stata presente al processo di Ferhat Kaya, un difensore dei diritti umani che è stato detenuto ed apparentemente torturato a causa del suo lavoro con gli abitanti dei villaggi impattati dal BTC, e di 11 poliziotti accusati di averlo maltrattato. La missione intende completare un rapporto completo riguardo l’aderenza di queste due udienze con gli standard internazionali riguardo i processi equi. I seguenti elementi erano di particolare preoccupazione per la missione:

Che il processo degli 11 agenti di polizia in merito ad accuse così serie sia terminato in tre rapide udienze;

Che la pubblica accusa abbia ritenuto che ci fossero prove sufficienti per chiedere un rinvio a giudizio per maltrattamenti – includendo prove medico-legali delle ferite – e che quindi abbia richiesto al giudice un giudizio di non colpevolezza per gli imputati senza aver fornito nessuna spiegazione;

Che il giudice del processo non abbia esercitato i suoi poteri di richiedere ulteriori indagini sulle accuse una volta che il pubblico ministero aveva espresso la sua opinione riguardo le responsabilità dei poliziotti;

Che un querelante si sia sentito forzato a ritirare la sua querela a seguito di intimidazioni;

Che la maggior parte degli imputati accusati di aver maltrattato il signor Kaya non si siano presentati in udienza;

L’apparente contraddizione tra le affermazioni del consulente della difesa, che ha dichiarato in un caso che le ferite subite dal signor Kaya erano giustificato da un legittimo uso della forza, ed in un altro caso che erano state auto-inferte dallo stesso Kaya;

L’apparente contraddizione tra le prove scritte ed orali prodotte da un testimone delle forze dell’ordine ed il mancato interrogatorio nel dettaglio da parte del giudice al testimone in merito a queste contraddizioni;

La mancata presenza di una avvocato della difesa durante un’udienza che ha visto la formalizzazione di un’accusa per un serio reato penale, punibile con la reclusione, per il suo cliente;

La mancata opportunità per l’imputato di poter opporsi alla caso intentato nei suoi confronti;

Che i processi essenzialmente in relazione allo stesso incidente fossero davanti allo stesso giudice e che la pubblica accusa fosse la stessa;

La struttura della sala dell’udienza, che prevede che il pubblico ministero ed il giudice seggano allo stesso livello e si ritirino poi tramite le stessa porta durante le sospensioni;

L’accuratezza della trascrizione della corte, allorché lo stenografo annota esattamente ciò che dice il pubblico ministero, mentre invece il giudice sintetizza per lo stenografo ciò che deve essere annotato di quello che hanno detto tutte le parti.

La visione preliminare della missione è che gli elementi succitati creano delle preoccupazioni che le udienze a cui si è assistito non rispettino i seguenti standard internazionali di un giusto processo:

o       Il diritto ad un giusto processo;

o       Il diritto ad una difesa competente ed efficace;

o       Il diritto ad un processo portato avanti da un tribunale indipendente;

o       Il diritto ad un processo portato avanti da un tribunale imparziale;

o       Il diritto all’uguaglianza delle parti;

o       Il diritto alla presunzione di innocenza.

La missione raccomanda che siano compiuti tutti gli sforzi necessari affinché le autorità turche assicurino che siano rispettati gli standard internazionali per un giusto processo.

La missione denota che le problematiche riscontrate sono, per larga parte, le stesse evidenziate dalle missioni precedenti. Conclude che, in molti casi, queste problematiche potrebbero essere evitate se solo i finanziatori del progetto avessero esercitato un controllo più attento sullo stesso. In particolare la missione ritiene la riluttanza da parte dei finanziatori del progetto di prendere in considerazione il contesto politico generale e sui diritti umani come uno dei motivi principali del mancato rispetto della best practice internazionale. La missione raccomanda che, in futuro, l’International Finance Corporation, la Banca Europa per la Ricostruzione e lo Sviluppo e le agenzie di credito all’esportazione esaminino i progetti in merito ai loro impatti sui diritti umani, tenendo in piena considerazione il contesto in cui sono portati avanti i progetti.

La missione raccomanda che i finanziatori del progetto facciano immediatamente i passi necessari per affrontare le problematiche evidenziate e per chiedere ai costruttori dell’opera di rispettare gli standard concordati per il progetto, legalmente vincolanti.

 

Kurdish Human Rights Project

The corner House

Environmental Defense

Friends of the Earth (England, Wales and Northern Ireland)   

 

                       



[1] Si vedano, ad esempio, i rapporti del settembre 2002 e del marzo 2003 su www.baku.org.uk .

[2] La missione ha visitato due villaggi nella regione di Ardahan e si è incontrata con delegazioni di ulteriori due villaggi del distretto di Damal. Inoltre la missione ha avuto un incontro con i sindaci di Ardahan e di Hanak ed ha presenziato sia al processo di Ferhat Kaya ed a quello di undici agenti di polizia accusati di averlo torturato. Ad Ankara ci sono poi stati altri abboccamenti con alcuni dirigenti, tra cui esponenti della delegazione europea e delle ambasciate britanniche e olandesi. Prima che la missione arrivasse in Turchia sono state fatte via fax delle richieste per degli incontri con la BOTAS e con il Ministro dell’Energia. Successivamente la missione ha eseguito ulteriori tentativi per procedere a questi incontri, ma sia la BOTAS che il Ministro dell’Energia si sono rifiutati. Per finire, la missione si è diretta a Imranli, vicino Sivas, eseguendo interviste con la Camera dell’Agricoltura e con gli abitanti del villaggio di Kilickoy.  

[3] Il DEHAP è un partito politico legalmente costituito che si occupa della questione curda.