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Roma, 6 aprile 2006 - Un popolo dimenticato. Solo così possiamo definire i Red Karen, gli abitanti di una vasta regione dell’ex Birmania, ora Myanmar. Continuamente in contrasto con le altre etnie birmane, e attualmente vessati dalla terribile dittatura di Rangoon, i Red Karen hanno al loro interno una sotto tribù che, se possibile, sta subendo in modo ancor più pronunciato il difficile contesto politico creatosi negli anni in Myanmar e gli effetti della perdurante guerra civile (il cessate il fuoco del 2005 è costantemente violato). Stiamo parlando dei Karenni, per buona parte classificati dalla comunità internazionale come Internally Displaced People, ovvero rifugiati all’interno del loro stesso Paese. Secondo l’ultimo censimento del 1998, i Karenni ammonterebbero a poco più di 200.000 unità. In tanti sono in continuo “movimento” a causa degli endemici conflitti presenti sul territorio birmano, della scarsità di risorse della regione che abitano e, elemento assolutamente non secondario, dello sviluppo economico del Myanmar. L’ultima motivazione apparrebbe, a prima lettura, alquanto singolare. Tuttavia, se si pensa agli impatti passati e attuali dei grandi progetti infrastrutturali voluti dai vari governi birmani, si capisce come il presunto progresso economico del Paese vada a condizionare la popolazione dei Karenni.

 

E’ il caso di una delle dighe sul fiume Salween che, secondo un rapporto pubblicato di recente dal Karenni Development Research Group (KDRG), una volta realizzata sommergerebbe vasti tratti del territorio abitato dai Karenni, costringedoli ad abbandonare le loro abitazioni senza nessuna garanzia di reinsediamento. Un precedente lascia poche speranze che tutto il processo avvenga in maniera quanto meno pacifica. Negli anni sessanta, infatti, la costruzione del mega impianto idroelettrico di Lawpita fu costellata da gravi episodi di violenza, oltre a una diffusa militarizzazione del territorio (vicino al sito della diga l’esercito pose un gran numero di mine anti-uomo) e a un’acuta scarsità delle risorse idriche. Le promesse di benessere ed energia elettrica per tutti furono, per usare un eufemismo, largamente disattese. Al loro posto arrivarono omicidi, stupri e lavoro forzato.

 

Un parallelo inquietante, se si pensa che l’opera che si vuole portare a termine sul fiume Salween, la diga di Weigyi, metterà sott’acqua ben 640 Km quadrati del territorio abitato dai Karenni, creando un bacino artificiale tre volte più grande di quello formatosi dopo la costruzione dell’impianto di Lawpita. Dovranno essere abbandonati circa trenta villaggi, tra cui la storica capitale dei Karenni. Oltre alle conseguenze negative sulla ricca biodiversità dell’area, la diga scaccerà quindi almeno 30.000 persone.

 

Il regime militare di Rangoon non sembra interessato a misure di mitigazione delle conseguenze del progetto. E’ troppo impegnato a vendere alla Thailandia (e forse alla Cina) l’energia idroelettrica prodotta dalla diga. Anzi, per essere sicuro che nulla vada storto – i lavori dovrebbero iniziare al principio del 2007 – ha già stabilito che una parte della popolazione locale sarà utilizzata per “fare da guardia” ai cantieri nei pressi del Salween. Ovviamente, visto che parliamo di uno dei regimi più spietati e sanguinari del pianeta, le persone saranno obbligate ad adempiere a tale compito dalle truppe governative, l’incubo più tremendo non solo dei Red Karen e dei Karenni, ma anche di buona parte del popolo birmano. Val la pena sottolineare che di queste rilevanti problematiche legate ai diritti umani fanno ipocritamente finta di non accorgersi le autorità thailandesi, la cui unica preoccupazione è il rapido approvvigionamento di ricche forniture di energia elettrica a basso costo – non sorprende allora che la compagnia energetica nazionale, l’EGAT, sia coinvolta in un altro progetto molto controverso, quello dell’impianto idroelettrico di Nam Theun 2, in Laos.

 

Aung Ngeh, ricercarice del KDRG, è convinta che le dighe sul Salween porteranno con loro più soldati e più mine e tutto ciò “porterà al totale annichilimento della nostra gente”.

Secondo Pascal Khoo Thwe, scrittore karenni autore del libro “Dalla Terra dei Fantasmi Verdi”, non c’è un miglior modo per distruggere un Paese che una combinazione tra armi e bulldozer. Purtroppo sembra che i fatti gli stiano dando ragione, almeno in Myanmar.      

 

Luca Manes

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