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Roma, 5 marzo 2008 – La CRBM, insieme alle altre Ong che compongono la coalizione europea Counter Balance, chiede con forza alla Banca europea per gli investimenti (BEI) di non fornire prestiti per la costruzione della diga di Gilgel Gibe III, in Etiopia. Caterina Amicucci, campaigner BEI della CRBM, lo scorso novembre ha trascorso tre settimane in Etiopia per monitorare raccogliere informazioni sugli impatti dei progetti Gibe II (in fase di completamento) e Gibe III, I cui lavori sono iniziati da alcuni mesi. Il rapporto di missione, redatto in inglese ed italiano,è stato presentato venerdì scorso a Bruxelles ed è disponibile sul sito www.crbm.org.

Nonostante la Banca mondiale e l’agenzia italiana di credito all’export, la SACE, abbiano deciso di non sostenere né Gibe II né Gibe III, la BEI nel 2004 ha garantito un prestito di 50 milioni per la realizzazione della diga di Gibe II ed al momento sta valutando se entrare nel progetto di Gibe III, i cui impatti socio-ambientali, come raccontato nel rapporto di missione, sono devastanti.

Decisivo il ruolo giocato dall’Italia nella realizzazione delle opere. Nel 2004 il nostro ministero degli Esteri ha elargito ben 220 milioni di euro per Gibe II (più alta somma della storia del fondo rotativo per la cooperazione), mentre è l’impresa Salini ad essersi aggiudicata l’appalto – senza gara internazionale, come peraltro previsto dalla normative etiopica – per Gibe II e Gibe III. Un prestito altamente controverso, approvato nonostante i pareri negativi del Ministero delle Finanze e degli stessi tecnici del MAE incaricati della valutazione del progetto. Tale anomalia è oggetto di un’inchiesta attualmente in corsoda parte della magistratura romana Sebbene anche nel caso della valutazione di impatto ambientale le leggi etiopi prevedano un obbligo stringenti in caso di progetti come quelli di Gibe, la costruzione degli impianti è iniziata in assenza del permesso ambientale da parte delle autorità locali competenti.

Una volta realizzata, la diga di Gilgel Gibe III sul fiume Omo sarà il più grande impianto idroelettrico della storia dell’Etiopia. Alta ben 240 metri, con una potenza stimata in 1.870 MW, Gibe III dovrebbe costare circa 1,4 miliardi di euro. Lungo le sponde dell’Omo risiedono più di 15 diverse comunità tribali, la cui sicurezza alimentare dipende strettamente dalle risorse naturali e dal delicato equilibrio dell’ecosistema locale. Il fiume offre un habitat unico, ricco di un’incredibile varietà faunistica. Nel 1980 la bassa valle dell’Omo è stata riconosciuta dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità per i numerosi ritrovamenti di scheletri ed utensili risalenti a diversi milioni di anni fa. L’impianto idroelettrico sbarrerà completamente il corso del fiume provocando la totale inondazione di un canyon e la creazione di un bacino lungo più di 150 chilometri. Per centinaia di chilometri a valle della diga l’ecosistema sarà completamente alterato.

“Il caso di Gilgel Gibe rappresenta l’ennesimo esempio di una cooperazione scellerata, che utilizza i soldi destinati allo sviluppo per foraggiare le avventure delle nostre imprese all’estero” ha dichiarato Caterina Amicucci, della CRBM. “La storia dell’aiuto italiano ai Paesi in via di sviluppo è piena di casi analoghi, ma ciò che risulta incomprensibile è il coinvolgimento della BEI in questa brutta vicenda che in quanto istituzione europea dovrebbe garantire i più elevati standard di trasparenza. Inoltre l’inchiesta della procura di Roma sul prestito italiano sembra non essere mai iniziata e siamo determinati a capire che fine ha fatto” ha aggiunto la Amicucci.

Il rapporto in italiano

Il rapporto in inglese