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Roma, 1 dicembre
2008 – LA BANCA MONDIALE E I FONDI SUL CLIMA Tra i molti nodi da sbrogliare alla 14ima Conferenza delle Parti della United Nation Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) di Poznan (Polonia), che inizia oggi per concludersi il 12 dicembre, c’è anche il ruolo che nei prossimi anni dovrà giocare la Banca mondiale nella sconfinata partita della salvaguardia dell’ambiente e della lotta ai cambiamenti climatici.
Secondo numerosi governi del Sud del mondo e centinaia di organizzazioni della società civile globale, i fondi per le tecnologie pulite e per l' adattamento ai cambiamenti climatici devono essere gestiti dalla United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) e non dalla Banca mondiale. Il perché è da ricercare nel pessimo record ambientale della World Bank, che ciò nonostante nel 2008 ha lanciato con grande enfasi i suoi Climate Investment Funds, ovvero due fondi fiduciari che hanno trovato il sostegno solamente di dieci governi, disegnati secondo uno schema poco democratico e inclusivo e che non mette sullo stesso piano Paesi donatori e Paesi riceventi, come invece fa la normativa in ambito ONU. Le realtà del Nord del mondo, quelle responsabili per la vasta parte del debito ecologico accumulato in decenni di devastazioni ambientali, mantengono un ruolo preminente, lasciando alle controparti del Sud ben poca voce in capitolo nei processi decisionali. I finanziamenti gestiti dalla Banca Mondiale verranno inoltre conteggiati come aiuti allo sviluppo, e serviranno in buona parte a sovvenzionare la costruzione di centrali a carbone nelle economie emergenti, aumentando la dipendenza di questi Paesi dai combustibili fossili senza aiutare la lotta ai cambiamenti climatici.
Secondo i suoi stessi dati, dal 2007 la Banca ha aumentato del 97% i suoi prestiti per carbone, petrolio e gas, raggiungendo un totale di circa 3 miliardi di dollari. I finanziamenti per il carbone, la fonte energetica in assoluto più inquinante, sono cresciuti del 256%. Nello stesso anno solo il 10% del portafoglio energetico della Banca mondiale è stato destinato alle fonti rinnovabili come il solare o il geotermico.
Eppure nel 2004, nel rapporto della Extractive Industries Review (promosso dalla stessa World Bank), si chiedeva all’istituzione di Washington di cessare immediatamente tutti i prestiti per l’estrazione di carbone e di eliminare gradualmente anche quelli per il greggio, fissando nel 2008 il termine ultimo per il phase out. La Banca mondiale ha continuato come se nulla fosse a sostenere progetti legati ai combustibili fossili. Il caso più eclatante, e recente, riguarda la concessione di un finanziamento di ben 450 milioni di dollari per il progetto della centrale a carbone di Tata Mundra, nel Gujarat indiano, in una zona dall’enorme potenziale per la produzione di energia solare. La centrale da 4.000 megawatt emetterà almeno 23 milioni di tonnellate di CO2 l’anno e si stima possa essere tra le prime 50 fonti di anidride carbonica del Pianeta.
I G77 e la Cina hanno già messo avanti una proposta per l'isitituzione di un meccanismo finanziario che gestisca la finanza internazionale per il clima, sotto l'egida della Conferenza delle Parti. E' questa l'alternativa alla Banca Mondiale che i governi del Sud e la società civile internazionale, inclusa la CRBM, sosterranno a Poznan, dove verranno presentati i principi cardine su cui un tale meccanismo dovrebbe basarsi, nel pieno rispetto della Convenzione delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (UNFCCC).
LA BANCA MONDIALE E LA DEFORESTAZIONE
La deforestazione impatta per il 20 per cento sul totale delle emissioni di CO2 rilasciate ogni anno. Tuttavia la World Bank continua a sostenere sia l’industria del legno che quella dei bio-carburanti. L’organismo ispettivo della Banca (l’Inspection Panel) nel 2007 ha duramente criticato l’istituzione per aver contribuito a deforestare una parte del territorio della Repubblica Democratica del Congo dove risiedono le comunità degli indigeni Pigmei, che, a causa delle attività di disboscamento, hanno sofferto una serie di violazioni dei diritti umani e la perdite di risorse naturali.
L’International Finance Corporation (IFC), il ramo della Banca che presta alle compagnie private, finanzia la coltivazione di piantagioni di soia e olio di palma e gli allevamenti di bestiame in aree interessate dalle foreste tropicali. Negli ultimi sei anni il settore degli allevamenti su vasta scala ha beneficiato di finanziamenti per circa 730 milioni di dollari, nonostante la FAO valuti del 18% l’incidenza di questo comparto sulle emissioni globali che provocano il surriscaldamento del Pianeta.
La Banca Mondiale è l’istituzione che più ha beneficiato della mercificazione delle emissioni di carbonio attraverso l'espansione del meccanismo dei crediti di carbonio istituito con il Protocollo di Kyoto. A nove anni dal Prototype Carbon Fund, sono stati creati 11 carbon fund e il portfolio di crediti di carbonio amministrato dalla Banca ha raggiunto i 2 miliardi di dollari, su cui la Banca riceve una percentuale del 13%. Secondo i dati forniti dalla stessa World Bank, i progressi nella riduzione delle emissioni a cui il mercato dei crediti di carbonio avrebbe dovuto contribuire sono stati tuttavia limitati. Meno del 10% dei finanziamenti raccolti con il mercato dei crediti è stato investito in progetti per le fonti rinnovabili, mentre la maggior parte del portfolio di crediti di carbonio (tra il 75 e l'85%) è stato diretto al finanziamento di industrie nel settore chimico, del ferro, dell’acciaio e del carbone.
La Banca Mondiale ha elaborato un nuovo fondo di investimento per le foreste e una Forest Carbon Partnership Facility che presenterà a Poznan nei prossimi giorni. La facility, di cui venne presentata una prima versione alla 13a Conferenza delle Parti di Bali nel 2007, punta a finanziare il REDD (l’iniziativa per la riduzione delle emissioni dalla deforestazione e dal degrado delle foreste) attraverso il mercato dei crediti di carbonio. E' già forte l'opposizione dei popoli indigeni, dei governi del Sud e della società civile verso entrambe le iniziative della Banca, pensate dai burocrati di Washington senza la consultazione delle comunità locali che vivono nelle aree forestali più grandi del pianeta e che dipendono dalle foreste per la loro sussistenza.
La dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni sancisce il loro diritto a partecipare alle decisioni che riguardano direttamente le terre in cui vivono. Le iniziative della Banca vanno contro l'idea di una più ampia partecipazione e inclusione delle organizzazioni dei popoli indigeni nel negoziato multilaterale, e rischiano di aumentare la conflittualità a livello locale rispetto la gestione delle foreste e il riconoscimento delle proprietà comunitarie dei popoli indigeni in atto a livello nazionale in molti paesi del Sud.
La CRBM condivide le richieste della società civile internazionale, a partire dall'esclusione delle foreste dal mercato dei crediti di carbonio e dal riconoscimento dei diritti sulla terra dei popoli indigeni e delle comunità che dipendono dalle foreste come base di una politica forestale decisa in ambito UNFCCC. Inoltre monoculture e piantagioni devono essere esclusi dalla definizione di “foreste” e dai meccanismi decisi in ambito multilaterale contro la deforestazione, mentre vanno ridotte le attività delle grandi imprese private che contribuiscono alla degradazione delle foreste con un eccessivo consumo di risorse (come piantagioni per biocarburanti, e l'eccessivo consumo di prodotti come carne, carta e pasta di legno).
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