IL RITORNO DELLE GRANDI DIGHE E IL CASO DI BUJAGALI

Le dighe, come le altre grandi infrastrutture hanno sempre rappresentantato un simbolo del progresso, della dominazione dell’uomo sulla natura, dell’espressione della tecnica e del principio fondamentale della chimica: tutto si traforma.

Il ritorno delle grandi dighe è dovuto alla tendenza generale di abbassare gli standard sociali ed ambientali ed, in generale, renderli più flessibili. L’industria dell’idroelettrico considera le norme vincolanti come un costo aggiuntivo e si è adoperata attivamente per creare un sistema di valutazione volontario che consente a costruttori e finanziatori di realizzare grossi investimenti evitando casi legali e costi aggiuntivi.

In questa pubblicazione si analizza il caso della diga di Bujagali in Uganda. Il progetto è stato apertamente criticato anche dall’Inspection Panel, l’organo ispettivo indipendente in seno alla Banca mondiale, che si esprime in questo modo: “L’alta percentuale di rischio, che ricade sulle autorità locali, solleva dei seri dubbi sulla possibilità che il progetto della diga di Bujagali possa raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile e riduzione della povertà fissati dalla Banca mondiale”.

“Il ritorno delle grandi dighe e il caso di Bujagali” è stata realizzata con il contributo economico della Commissione europea nell’ambito del progetto Counter Balance.

ACQUISIRE IL CONTROLLO – UNA GUIDA PER PARLAMENTARI CON CUI RIPORTARE LA BEI SUL GIUSTO BINARIO

Acquisire il controllo
Una guida per Parlamentari con cui riportare la Bei sul giusto binario

La Banca europea per gli investimenti (BEI) esiste da oltre 50 anni. Eppure quando ne parli ti sembra di entrare in un mondo segreto, parallelo. Ma eccolo, il segreto: la BEI è il più grande prestatore del mondo.

Lo sapevate che il suo secondo nome è “Banca dell’Unione europea” o che i suoi azionisti sono i 27 stati membri dell’UE? Se non lo sapevate, saprete senz’altro che negli ultimi anni il Parlamento europeo ha visto crescere l’importanza del proprio ruolo di controllo e definizione delle sue politiche future.

Le occasioni di rafforzare il controllo democratico sulla BEI e sul suo funzionamento sono numerose. Questa guida illustrerà in breve i principali aspetti nei quali la BEI va migliorata e fornirà mezzi per influenzarne la politica potenziandone le prestazioni nei vari settori di attività.

Questa pubblicazione è stata realizzata con il contributo economico della Commissione europea

INFRASTRUTTURE PER CHI? GLI INVESTIMENTI INSOSTENIBILI DI BANCA MONDIALE E G20

International Rivers ha presentato il rapporto “Infrastructure for Whom?” che «Sfida l’approccio top-down ai progetti infrastrutturali promossi dalla Banca mondiale ed al potente gruppo dei 20, e presenta una via migliore». L’Ong sottolinea che «L’accesso all’acqua pulita e all’elettricità è essenziale per una vita sana e produttiva. Eppure, i progetti infrastrutturali top-down del passato hanno lasciato più di un miliardo di poveri al buio. Nella Repubblica democratica del Congo, i donatori hanno speso miliardi di dollari per dighe e linee di trasmissione nel sito di Inga. I progetti servono le energivore società minerarie, mentre il 94% della popolazione non ha accesso all’elettricità».

Nel novembre 2011, la Banca Mondiale (Wb) e il G20 hanno approvato nuove strategie per il settore delle infrastrutture che propongono di concentrare i finanziamenti pubblici su grandi progetti pubblici e privati, ma il rapporto “Infrastructure for Whom?” contrappone a questo approccio tradizionale allo sviluppo delle infrastrutture «Soluzioni “bottom-up” che rispondono direttamente alle necessità dei poveri. Tali soluzioni possono estendere l’accesso all’acqua e all’energia per i poveri, rafforzare la resilienza al cambiamento climatico, ridurre l’impatto sociale e ambientale dei progetti e rafforzare il controllo democratico su servizi pubblici essenziali». Bisognerebbe capire se questa sia davvero anche la politica infrastrutturale della Banca mondiale e del G20.

International Rivers invita il G20 riunito in Messico ad «Accogliere un approccio nuovo e più promettente per il settore delle infrastrutture», ma avverte che «I prestiti per le infrastrutture sono tornati ad essere il core business della Banca Mondiale», mentre il neo-presidente della Banca mondiale, Jim Yong Kim, che entrerà in carica a luglio, dovrebbe «sostituire l’approccio top-down alle infrastrutture con una strategia che dia priorità alle necessità dei poveri».

I finanziamenti di G20 e Wb invece si concentrano su progetti di grandi dimensioni con la partecipazione dei privati, in grado di trasformare intere regioni. Il nuovo rapporto evidenzia che «La maggior parte poveri delle zone rurali vivono vicino a fonti locali di energia rinnovabile e di acqua e non alla rete di distribuzione elettrica e a sistemi di irrigazione centralizzati», quindi «I progetti decentrati che rispondono direttamente alle esigenze delle persone povere sono più efficaci a promuovere la crescita economica su larga scala e la riduzione della povertà, rispetto ai mega-progetti centralizzati. I progetti su piccola scala di energia ed idrici possono anche rafforzare la resilienza climatica, ridurre l’impatto sociale e ambientale del settore delle infrastrutture e rafforzare il controllo democratico su servizi pubblici essenziali».

International Rivers spera nel nuovo p residente della Wb Kim, che ha svolto un lavoro pionieristico nel settore della sanità pubblica, lavorando direttamente con le comunità povere, e gli ha inviato una copia del suo rapporto, invitandolo «A dare, nella sua agenda delle infrastrutture, la priorità alle esigenze delle comunità povere».

L’esempio da evitare secondo l’Ong è quello di Grand Inga, il più grande “schema” idroelettrico del mondo, proposto per il fiume Congo, nella Repubblica democratica del Congo (Rdc), uno dei Paesi più politicamente instabile e corrotti dell’Africa, ma anche quello forse più ricco di risorse. La gigantesca diga fa parte di un vastissimo progetto della comunità economica internazionale per sviluppare una rete elettrica in tutta l’Africa, che dovrebbe stimolare lo sviluppo economico e industriale del continente. Ma il costo previsto è di 80 miliardi di dollari e, come fa rilevare International Rivers, «Crescono le preoccupazioni che le compagnie straniere otterranno enormi benefici economici da questo mega-progetto, distogliendo l’attenzione lontano dalle esigenze di sviluppo della maggioranza povera dell’Africa».

In programma c’è anche la realizzazione di Inga 3 (3500 MW) per esportare energia in Sudafrica e in altri Paesi limitrofi e per attrarre in Rdc industrie ad alta intensità energetica. Si tratta di una specie di neocolonialismo “a richiesta”, non a caso Inga 3 è stato dichiarato progetto prioritario dei presidenti del Sudafrica e della Rdc.

Scarica il rapporto dal sito di International Rivers

IN DIRETTA DA BLOCKUPY FRANKFURT

da Francoforte – Luca Manes (CRBM)
La protesta di Blockupy a Francoforte, davanti alla Banca Centrale Europea, è variopinta e festosa, ma anche molto determinata. La situazione ha dei tratti surreali, davanti ai manifestanti che cantano e ballano, scandendo slogan come “This is what democracy looks like!”, c’è uno schieramento imponente di forze dell’ordine. Piazza Willy Brandt è militarizzata, la polizia in assetto antisommossa. Si possono contare almeno 50 camionette a presidiare le vie di accesso, cannoni ad acqua, centinaia di agenti che cercano di bloccare i gruppi di dimostranti. C’è anche un reparto speciale di “Polizei Communicator” che avvisa con il sorriso sulle labbra i manifestanti seduti “guarda che se rimani qui, noi ti arrestiamo”. E in questo clima paradossale, la statua simbolo dell’euro troneggia significativamente su tutti, polizia e manifestanti.

Segui la diretta twitter di Luca Manes qui sotto o su twitter a questo link.

GLI AVVOLTOI SULLA GRECIA

Lo scorso martedì il governo greco, ormai uscente e “tecnico” dato l’empasse politico nel paese, ha preso la sorprendente decisione di ripagare in toto il valore nominale di 436 milioni di titoli del tesoro greco emessi dieci anni fa a tasso variabile ed ora in scadenza. Il beneficiario è stato quel quattro per cento dei creditori greci che non hanno accettato i termini dell’accordo di ristrutturazione del debito di 206 miliardi di Euro avvenuto lo scorso marzo sotto la guida della troika della Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale.

A differenza della stragrande maggioranza dei creditori greci, incluse tante banche private tedesche e francesi, che hanno accettato i termini di un accordo che ha fatto perdere loro più della metà del valore nominale dei titoli del tesoro di Atene, diversi fondi speculativi di tipo hegde, cosiddetti “avvoltoio”, hanno scommesso dalla fine del 2011 che l’accordo sarebbe entrato legalmente in vigore perché sottoscritto da almeno i tre quarti dei creditori. Ma essendo loro una piccola minoranza che non firmava avrebbero ricevuto il pagamento dell’intero valore, senza sconti, alla fine dal governo greco. E così è stato.

Va sottolineato che comunque i titoli greci avevano raggiunto un valore reale quasi nullo nei libri contabili di fronte ad una situazione in cui la Grecia era valutata dalle potenti agenzie di rating già in default. Perciò incassare anche un 40 per cento del valore nominale dei titoli era una plusvalenza per i creditori, se la perdita era già stata scontata nei loro bilanci. Per altro quando è stato raggiunto a marzo l’accordo sul nuovo pacchetto di salvataggio della Grecia, dietro l’accettazione di ulteriori misure draconiane di austerità da parte del governo di Atene, dei 130 miliardi di Euro concessi più di 90 di fatto sono stati dati per ritornare subito a saldare appunto a prezzo scontato i crediti delle banche europee.

Ma alla fine del 2011 diversi fondi privati – tra cui, secondo fonti della Bbc inglese, Elliot Associates del Regno Unito, Loomis Sayles e Blackrock degl Usa, la banca svizzera Julies Baer, il gestore di fondi francese Natixis, il tedesco StarCap, ed il lussemburghese Ethenea Independent Investors – l’hanno pensata ancora meglio degli altri. Hanno iniziato a rastrellare titoli spazzatura greci sui mercati secondari ad un valore irrisorio. In particolare hanno ricercato quella minoranza di titoli i cui contratti di vendita sono registrati a Londra e non in Grecia, perciò rimangono immuni da possibili cambiamenti retroattivi nella legge greca. E se il governo di Atene non pagasse potrebbe essere sfidato di fronte a corti internazionali, come nel caso dell’Argentina dieci anni fa. Così i fondi avvoltoio oggi passano all’incasso il 100 per cento del valore originario dei titoli. Un affarone. Infatti, il governo greco, stretto tra la minaccia di essere cacciato fuori dall’Euro ed il caos politico nel paese, non si è voluto prendere nessuna responsabilità nell’infiammare ancora di più le critiche internazionali contro la Grecia e quindi ha detto di sì al pagamento degli avvoltoi, per altro contravvenendo a quanto affermato in occasione dell’accordo di marzo.

La verità è che a Bruxelles e Francoforte è stato dato un tacito assenso, come ammette lo stesso Financial Times, per compiacere gli avvoltoi dei mercati. I 436 milioni di Euro non sono altro che una parte della prima tranche di 4,2 miliardi che l’Europa ha appena pagato ad Atene. Soldi dei contribuenti europei (anche di quelli tedeschi oggi così critici della Grecia) che vanno così direttamente a saldare gli extra profitti di pochi manager crudeli che operano tramite paradisi fiscali (inclusi quelli dentro l’Ue, come la City di Londra e Lussemburgo). E tutto questo è legale. In totale i creditori duri e puri che aspettano un pagamento in toto da Atene possiedono titoli per 6,4 miliardi di Euro. Si aggiunga anche che i fondi hedge operano con una significativa leva finanziaria, ossia prendendo a prestito gran parte dei loro soldi da banche private. Magari i titoli greci sono stati acquistati con soldi presi a prestito da banche che avevano avuto accesso alla liquidità offerta generosamente a tassi bassissimi dalla Banca centrale europea negli ultimi mesi. Ma non potremo mai saperlo, perché i soldi sono fungibili e circolano molto velocemente. Quello che sappiamo è che la miseria in Grecia aumenta grazie agli avvoltoi con il tacito assenso della Bce e dei governi europei.